Ghouta: Ankara pronta a ospitare i civili

Pubblicato il 2 marzo 2018 alle 6:04 in Siria Turchia

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Settecento civili evacuati dal territorio del Ghouta orientale, che avrebbero dovuto essere portati in Turchia per sottoporsi alle cure mediche, si trovano a sud di Damasco, secondo quanto affermato dal portavoce del presidente turco, Ibrahim Kalin.

Le dichiarazioni di Kalin, rilasciate giovedì 1 marzo, sono giunte in risposta alle recenti affermazioni di Mosca in merito all’evacuazione dei civili dal territorio del Ghouta. Mercoledì 28 febbraio, in occasione di una conferenza stampa che si era tenuta a margine dell’incontro con il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, il presidente russo, Valdimir Putin, aveva dichiarato che Mosca sarebbe riuscita ad allontanare “un gruppo abbastanza grande” di civili dal territorio del Ghouta orientale e che la Turchia avrebbe aiutato a negoziare l’evacuazione.

Da parte sua, il portavoce del capo di stato turco ha affermato che la questione dell’evacuazione dei civili era già stata sollevata dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, almeno un mese prima e ha aggiunto: “La nostra prima richiesta era stata quella di portarli in Turchia, ma ci hanno riferito che sono stati portati verso sud. Questo gruppo era partito circa una settimana fa, dopo la richiesta avanzata dal nostro presidente”. In tale occasione, Kalin ha altresì affermato che la Turchia sarebbe pronta ad accogliere i civili che necessitano di cure mediche, ma che non avrebbe diffuso la notizia fino a quando questi non fossero arrivati nel Paese. In questo senso, il portavoce turco ha affermato: “Non abbiamo condiviso tale informazione perché non sono arrivati in Turchia. Ci aspettavamo che venissero in Turchia, ma Putin ha appena annunciato che si trovano a Damasco”.

Il territorio del Ghouta orientale costituisce una delle principali roccaforti dell’opposizione siriana e fa parte delle zone cuscinetto siriane stabilite dal quinto round dei negoziati di Astana, tenutosi nella capitale kazaka il 10 luglio 2017. L’area si trova sotto assedio dal dicembre 2012. Negli ultimi mesi, le milizie fedeli a Bashar Al-Assad hanno aumentato le offensive sul territorio, impedendo agli abitanti di ricevere cibo e medicine. Inoltre, i numerosi gruppi armati attivi nell’area hanno reso difficoltoso l’operato delle organizzazioni umanitarie.

Negli ultimi giorni, in particolare a partire da domenica 18 febbraio, le forze governative, sostenute dagli alleati russi, hanno intensificato i bombardamenti sul territorio, causando la morte di 602 morti civili, di cui 147 bambini, secondo quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Proprio la recente escalation di violenza nel territorio aveva spinto, il 24 febbraio, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ad approvare all’unanimità una Risoluzione che imponeva una tregua di 30 giorni in tutta la Siria, con lo scopo di permettere l’accesso degli aiuti umanitari e le evacuazioni mediche. Al momento, almeno 40 convogli di aiuti umanitari sarebbero pronti a entrare nell’enclave dei ribelli, ma non potrebbero farlo a causa del fatto che la tregua è stata violata il giorno successivo alla sua entrata in vigore, domenica 25 febbraio.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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