Conflitto in Yemen: senatori americani chiedono la fine del supporto alla coalizione saudita

Pubblicato il 2 marzo 2018 alle 10:23 in Arabia Saudita USA e Canada

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Tre senatori americani hanno presentato la bozza di una risoluzione per chiedere la fine del supporto militare degli Stati Uniti alla coalizione saudita che bombarda i ribelli sciiti Houthi in Yemen. La bozza, presentata mercoledì 28 febbraio, è stata redatta da Bernie Sanders, Mike Lee e Chris Murphy, e intende appellarsi una potente ma poco utilizzata legge approvata nel 1973, chiamata il War Powers Act, che dà al Congresso l’autorità di sorpassare il presidente e ritirare le truppe da un determinato conflitto, se ritiene che le offensive in corso non siano autorizzate.

“Crediamo che, dal momento che il Congresso non ha dichiarato guerra e non ha autorizzato l’intervento militare nel conflitto in Yemen, l’intervento americano nel Paese non sia incostituzionale, perciò il supporto alla coalizione saudita deve terminare”, ha spiegato Sanders durante una conferenza stampa. In senatore ha altresì precisato che, in base alla Costituzione americana, il Congresso è l’unica autorità che può ufficialmente dichiarare guerra, mentre il presidente ha il ruolo di comandante in capo delle forze armate. Una proposta simile per sospendere il supporto degli USA all’Arabia Saudita in Yemen era stata presentata nel novembre 2017 dal membro del Congresso Ro Khanna e, nonostante fosse passata, non è mai stata attuata. “Molti americani non sanno ciò che sta accadendo in Yemen”, ha affermato Sanders. La guerra civile yemenita è scaturita da un conflitto tra i ribelli Houthi, alleati con le forze fedeli all’ex presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, e i sostenitori dell’attuale presidente Hadi. Dal marzo 21 2015, gli Houthi controllano la capitale Sana’a, mentre il governo di Hadi, riconosciuto come presidente legittimo dalla comunità internazionale, ha sede ad Aden, nel sud del Paese. Il 26 marzo dello stesso anno, l’Arabia Saudita ha assemblato una coalizione internazionale formata dal Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania, Marocco e Sudan, per bombardare gli Houthi.

Un legislatore americano ha sollevato un’altra problematica legata all’appoggio di Washington a Riad, quale la volontà dell’amministrazione Trump di firmare un accordo di cooperazione nucleare con il regime saudita, in procinto di costruire il suo primo reattore. Secondo quanto riportato da The New Arab, entro marzo, l’Arabia Saudita annuncerà i costruttori dei primi due dei 16 reattori previsti e, nel mentre, sono in corso negoziazioni con Washington per esportare la tecnologia necessaria al loro completamento. Ad avviso del senatore democratico Ed Markey, del Massachussets, qualsiasi accordo richiederà chiaramente un patto di non-proliferazione, conosciuto con il nome di “123 agreement”, che mira a prevenire la proliferazione di armi nucleari. Markey ha spiegato che i tentativi precedenti di concludere un 123 agreement tra USA e Arabia Saudita sono falliti in quanto Riad si è sempre rifiutata di rinunciare all’arricchimento dell’uranio o al ritrattamento del combustibile.

La questione della possibile cooperazione nucleare tra USA e Arabia Saudita emerge in un momento di tensione in relazione all’accordo nucleare concluso il 14 luglio 2015 dall’Iran e dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina e in più la Germania. Tale patto prevede la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro Teheran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Fin dalla campagna elettorale, Trump si era dichiarato contrario all’accordo, definendolo uno dei “peggiori patti mai conclusi dagli Stati Uniti” e, il 13 ottobre 2017, ha deciso di de-certificarlo, sostenendo che Teheran avesse violato lo spirito dell’accordo. Tuttavia, alla verifica successiva dopo 90 giorni, il leader della Casa Bianca ha deciso di certificare il patto “per l’ultima volta”. L’Iran è il principale rivale sia degli USA in medio Oriente, sia dell’Arabia Saudita. Ad avviso di entrambi, i comportamenti di Teheran stanno causando l’instabilità della regione. A tale proposito, ad avviso di Markey, Riad non vuole conformarsi a un accordo di non-proliferazione per la minaccia iraniana, e anche perché, secondo la famiglia reale saudita, sarebbe controproducente per la produzione di elettricità. Infine, occorre ricordare che l’Arabia saudita sta realizzando Vision 2030, un ambizioso programma economico, il cui principale obiettivo è quello di diversificare l’economia saudita, così da ridurre al minimo la dipendenza del Regno dal petrolio.

I rapporti tra gli Stati Uniti e l’Arabia saudita sono stati rilanciati da quando Trump ha iniziato il proprio mandato presidenziale, il 20 gennaio 2017. La prima tappa del primo tour ufficiale all’estero di Trump in qualità di presidente è stata Riad, il 20 maggio 2017.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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