Turchia: nuova fase della battaglia di Afrin

Pubblicato il 27 febbraio 2018 alle 6:04 in Siria Turchia

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Ankara ha annunciato di essere pronta per una “nuova fase” della battaglia contro le forze curde e ha dispiegato le forze speciali della Gendarmerie Special Operations, dopo che l’esercito turco ha preso il controllo del territorio situato fuori dal distretto di Afrin.

Lunedì 26 febbraio, le forze turche, sostenute dall’Esercito siriano libero (Esl), sono riuscite a far arretrare i combattenti delle People’s Protection Units (YPG) dal territorio di frontiera situato tra la Siria e la Turchia, ottenendo un maggior controllo della parte siriana del confine. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa turca Anadou, dal lancio della campagna militare turca nel distretto di Afrin, l’esercito turco sarebbe riuscito a prendere il controllo di 113 territori strategici.

La “nuova fase”della battaglia contro le forze curde consisterebbe, dunque, nella guerriglia urbana, tipo di battaglia nella quale sono esperte le forze speciali della Gendarmerie Special Operations. In questo contesto, il vice primo ministro turco, Bekir Bozdag, ha dichiarato, in occasione di un’intervista televisiva, che ha rilasciato lunedì 26 febbraio: “Lo schieramento delle forze speciali è un segno dei preparativi per la nuova lotta che si profila all’orizzonte. La battaglia è ancora in corso nei villaggi nelle aree rurali, lontane dal centro della città di Afrin. L’operazione si sposterà verso i luoghi in cui si trovano i civili, dal momento che il campo di battaglia si restringerà”.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva già annunciato che, a nel breve termine, l’esercito turco avrebbe assediato la città di Afrin il 20 febbraio, un mese dopo l’inizio dell’operazione Ramo d’Olivo, nel contesto dell’avvio di nuova fase della campagna turca. In questo senso, Erdogan aveva dichiarato: “La preparazione sul campo richiede un po’ di tempo. Nei prossimi giorni, assedieremo la città di Afrin. È molto importante che ogni luogo in cui andiamo rimanga sicuro”.

La Turchia ha lanciato l’operazione Ramo d’Olivo nel distretto di Afrin il 20 gennaio. Si tratta di una campagna militare mirata a “liberare il territorio dal terrorismo” e a stabilire una zona cuscinetto dell’estensione di 30 km al confine tra la Siria e la Turchia. Secondo Ankara, le People’s Protection Units (YPG), le forze curde presenti nel territorio nord-occidentale della Siria, sarebbero parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), di conseguenza sono ritenute illegali dalla Turchia. Stando a quanto riferito dal il capo di Stato maggiore turco, il generale Hukusi Akar, dall’inizio dell’operazione al 26 febbraio sarebbero stati “neutralizzati” circa 2.083 militanti. Il termine “neutralizzato” viene utilizzato dalle autorità per indicare l’uccisione, la cattura o la resa dei militanti.

In occasione della sua intervista televisiva, il vice primo ministro turco, Bekir Bozdag, ha altresì dichiarato che Ankara starebbe continuando a utilizzare lo spazio aereo siriano per condurre raid contro e postazioni delle People’s Protection Units (YPG) nel distretto di Afrin. In questo contesto, Bozdag ha ribadito che la tregua di 30 giorni imposta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in Siria non avrebbe riguardato l’operazione Ramo d’Olivo. In tal senso, il portavoce del Ministero ha dichiarato: “Non c’è nessun problema in merito alle operazioni aeree. Le operazioni aeree vengono condotte quando è necessario. La chiusura dello spazio aereo è fuori discussione” e ha aggiunto: “L’obiettivo dell’operazione Ramo d’Olivo non è limitata alle YPG, al PKK, al PYD (il Partito dell’Unione democratica curdo) e al KCK (Kurdistan Communities Union). Include anche la lotta contro l’ISIS. Di conseguenza, questa Risoluzione non riguarderà la nostra operazione ad Afrin”.

Sulla questione si era già espresso il portavoce del Ministero degli Esteri turco, Hami Aksoy, il quale, domenica 25 febbraio, aveva dichiarato che la battaglia di Afrin non sarebbe stata influenzata dalla tregua, dal momento che la Turchia non sarebbe una parte coinvolta nel conflitto siriano e starebbe soltanto proteggendo il suo diritto all’autodifesa, la sicurezza dei confini e l’integrità territoriale.

Sabato 24 febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato all’unanimità la Risoluzione che impone una tregua di 30 giorni in Siria, per permettere l’accesso degli aiuti umanitarie e le evacuazioni mediche. La decisione era stata adottata in seguito all’escalation di violenza che aveva colpito la regione del Ghouta orientale durante la settimana precedente. Secondo i dati riferiti sabato 24 febbraio dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, il bilancio delle vittime sarebbe stato di 520 morti, tra i quali 127 bambini e 75 donne, e di più di 2.500 feriti. Su espressa richiesta di Mosca, fanno eccezione a questa tregua “individui, gruppi ed entità affiliati con Al-Qaeda e con lo Stato Islamico, così come altri gruppi terroristici riconosciuti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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