L’Iraq e le condanne contro donne e bambini dell’ISIS

Pubblicato il 26 febbraio 2018 alle 9:33 in Iraq Russia

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L’Iraq ha restituito alla Russia 4 donne e 27 bambini sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim Al-Jaafari.

Prima di essere rimpatriate, le donne e i bambini erano stati indagati dalle autorità irachene, le quali avevano stabilito che non sarebbero colpevoli di aver partecipato “alle operazioni terroristiche contro i civili e le forze di sicurezza irachene”, di conseguenza “verranno processati in Russia per essere entrati in Iraq illegalmente”, secondo quanto riferito da un portavoce del Ministero degli Esteri.

Dall’agosto 2017, l’Iraq è impegnato nell’eseguire processi nei confronti di centinaia di donne straniere e dei loro figli, arrestati dalle autorità irachene e accusati di avere legami con l’organizzazione terroristica. A partire dal 2014, migliaia di stranieri hanno combattuto in nome dello Stato Islamico in Iraq e in Siria. Tra questi vi erano anche numerose donne, le quali erano giunte o erano state portate nei territori del califfato per unirsi ai jihadisti. Nell’agosto 2017, dopo la liberazione della città di Tal Afar, situata nel nord dell’Iraq, da parte dell’esercito iracheno, avvenuta il 27 agosto 2017, più di 1.300 donne e bambini si sono arresi ai Peshmerga curdi.

Il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, aveva annunciato ufficialmente la liberazione dell’Iraq dallo Stato Islamico il 9 dicembre 2017, dopo circa 3 anni di occupazione. Da quel momento, le autorità irachene hanno iniziato a condurre indagini nei confronti dei combattenti stranieri e delle loro famiglie, che sono accusate di aver cospirato con l’organizzazione terroristica. Secondo la legge antiterrorismo irachena, il sostegno o l’appartenenza allo Stato Islamico ha come conseguenza la pena di morte o l’ergastolo.

In Iraq, le autorità perseguirebbero i presunti membri dell’ISIS soltanto sulla base dei principi della legge antiterrorismo, dal momento che, in questo caso, il tribunale è tenuto soltanto a dimostrare l’appartenenza all’ISIS. Nel caso di applicazione delle norme previste dal codice penale, invece, la corte sarebbe chiamata ad accertare che le singole azioni compiute dai sospettati abbiano violato la legge. In questo contesto, dunque, coloro che lavoravano come medici o cuochi all’interno dello Stato Islamico possono essere condannati dalle autorità irachene alle stesse pene severe, tra le quali la morte, a cui vengono condannati i membri dello Stato Islamico che hanno commesso atti violenti.

Tra gennaio e febbraio 2018, la Corte penale di Baghdad ha condannato a morte due donne, una tedesca e una turca, a causa della loro appartenenza all’ISIS. Domenica 18 febbraio, la stessa Corte ha condannato all’ergastolo 9 donne turche e una azera, nonostante queste cercassero di difendersi affermando di essere state ingannate o costrette dai mariti a unirsi all’organizzazione terroristica. Più recentemente, domenica 25 febbraio, sono state condannate alla pena capitale 16 donne turche, anche loro accusate di essersi unite all’ISIS.

Il 5 dicembre 2017, l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch aveva pubblicato un report nel quale denunciava le violazioni dei diritti a cui sono sottoposti coloro che sono sospettati di avere legami con lo Stato Islamico. Stando ai dati del documento,  più di 20.000 persone, tra le quali anche donne e bambini, sarebbero tenute in custodia dalle autorità irachene e vivrebbero  in condizioni inumane all’interno dei centri di detenzione iracheni, senza mai essere stati sottoposti a giusto processo.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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