Afrin: i turchi uccidono i civili

Pubblicato il 26 febbraio 2018 alle 6:03 in Siria Turchia

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Le forze turche hanno ucciso 26 civili, di cui 17 bambini, in 3 attacchi condotto nel distretto di Afrin, situato nel nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia, alla fine di gennaio, secondo quanto riferito dall’organizzazione umanitaria Human Rights Watch.

Gli attacchi in questione sarebbero stati condotti il 21, il 27 e il 28 gennaio e avrebbero causato la morte di almeno 26 civili, tra i quali 17 bambini. Tra le vittime vi erano anche due famiglie di sfollati. Il 28 gennaio, verso le ore 12:00, le forze turche, durante un attacco aereo, avevano sparato contro un gruppo di tende, collocate vicino al villaggio di Kobla, nel distretto di Afrin. I colpi avevano causato la morte di almeno 8 civili, di cui 5 bambini, il più piccolo dei quali aveva 4 mesi. Tra le vittime vi erano anche alcuni sfollati, che si erano rifugiati nel territorio per sfuggire agli scontri.

Il giorno precedente, il 27 gennaio, intorno alle ore 02:00, le truppe turche avevano bombardato una casa situata a Ma’batly, nel distretto di Afrin, uccidendo 7 membri di una famiglia di sfollati. Precedentemente, il 21 gennaio, verso le ore 12:00, l’esercito turco aveva lanciato un attacco aereo contro una fattoria di Jalbul, situata ad est della città di Afrin. Il raid aveva causato la morte di 11 civili, tra i quali bambini.

Oltre ai casi analizzati da Human Rights Watch, nella serata di giovedì 22 febbraio, l’esercito turco avrebbe colpito un convoglio che stava entrando nel distretto di Afrin. Secondo quanto riferito dal portavoce delle People’s Protection Units (YPG), Birusk Hasaka, “il convoglio era diretto verso Afrin e trasportava cibo e rifornimenti medici”. Da parte sua, l’esercito turco ha affermato che si sarebbe trattato di un convoglio di armi e combattenti.

Gli attacchi sono stati perpetrati nel contesto dell’operazione Ramo d’Olivo, una campagna militare lanciata il 20 gennaio da Ankara nel distretto di Afrin con l’obiettivo di “liberare il territorio dal terrorismo” e di creare una zona cuscinetto della profondità di 30 km al confine tra Turchia e Siria. Secondo i dati riferiti dalle Nazioni Unite, nell’area in questione vivrebbero circa 323.000 civili, tra i quali vi sono anche 125.000 sfollati. La Turchia considera le People’s Protection Units (YPG), che si trovano nel territorio settentrionale della Siria, parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e para-militare curdo ritenuto illegale da Ankara.

In merito all’uccisione dei civili da parte dell’esercito di Ankara, la vice direttrice di Human Rights Watch per il Medio Oriente, Lama Fakih, ha dichiarato: “Sembra che i civili vulnerabili stiano affrontando sia lo sfollamento sia la morte a ausa del modo in cui la Turchia sta conducendo la sua ultima offensiva” e ha aggiunto: “Ankara deve prendere qualsiasi precauzione possibile per evitare di nuocere o uccidere i civili e per aiutarli se vogliono fuggire dalla violenza”. La Fakih si riferisce al fatto che il confine tra Turchia e Siria è chiuso e non può essere attraversato se non da persone che hanno bisogno di cure mediche urgenti.

È necessario sottolineare, in questo contesto, che le leggi di guerra proibiscono severamente gli attacchi che colpiscono i civili o le strutture civili, a meno che queste non vengano utilizzate per scopi militari, e proibiscono gli attacchi indiscriminati, nei quali non si distingue tra obiettivi civili e militari.

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Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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