Israele: proteste contro deportazione richiedenti asilo

Pubblicato il 25 febbraio 2018 alle 9:45 in Immigrazione Israele

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Più di 20.000 richiedenti asilo provenienti dall’Africa e israeliani hanno protestato contro il piano del governo di deportare i rifugiati, che verrà attuato da marzo.

Le dimostrazioni sono cominciate la sera di sabato 24 febbraio, a sud di Tel Aviv, nei pressi della Nuova stazione degli Autobus del quartiere di Neve Shaanan. In Israele risiedono circa 38.000 richiedenti asilo africani, secondo le stime del Ministero degli Interni del Paese. Circa il 72% proviene dall’Eritrea e il 20% dal Sudan. La maggioranza di loro è arrivata tra il 2006 e il 2012. Una legge approvata a dicembre 2017 dal Knesset, il Parlamento israeliano, e annunciata dal premier, Benjamin Netanyahu, il 2 gennaio 2018, ha stabilito che da marzo 2018 i rifugiati verranno espulsi dal Paese e accolti in Ruanda e Uganda, poichè impossibilitati a tornare nei loro Paesi d’origine a causa della situazione di instabilità negli stessi. Tuttavia, quando il governo di Tel Aviv aveva diffuso la notizia di aver stretto accordi con i governi dei due Stati africani, questi avevano risposto affermando che non era stato stipulato alcun patto. La manifestazione di sabato 24 febbraio ha fatto seguito allo sciopero della fame che centinaia di migranti africani avevano cominciato mercoledì 22 febbraio.

In concomitanza con la manifestazione di israeliani e richiedenti asilo, circa 150 persone, bloccate lontano da Neve Shaaman, hanno tenuto una sorta di “contro-protesta”, a sostegno del piano del governo israeliano. Questi manifestanti lamentano l’aumento di violenza nei loro quartieri e la mancanza di sicurezza.

Nella giornata di sabato 24 febbraio, prima della protesta, la polizia locale ha fermato due uomini, uno dei quali armato, che avevano minacciato, su Facebook, di porre fine alla manifestazione. I due sono stati immediatamente localizzati e interrogati dalle forze dell’ordine, che hanno in seguito confiscato le armi trovate.

I funzionari israeliani ritengono che la vasta maggioranza dei quasi 40 mila migranti africani sia arrivata nel Paese alla ricerca di un lavoro. Il governo israeliano si riferisce a loro chiamandoli “infiltrati” e sostiene che lo Stato non ha l’obbligo legale di tenerli. I richiedenti asilo dichiarano di essersi rifugiati in Israele per fuggire da dittature o guerre e, invece di ricevere protezione, hanno dovuto affrontare nuovamente una serie di pericoli. Tutti coloro che hanno fatto domanda per il permesso di asilo non possono essere mandati via, fin quando la loro richiesta non sarà processata. Donne e bambini sono altresì fuori dalla minaccia di deportazione.

Negli ultimi tempi, gruppi di piloti, dottori, scrittori, ex ambasciatori e sopravvissuti all’Olocausto israeliani hanno richiesto al premier del Paese, Benjamin Netanyahu, di fermare il piano di espulsione, avvertendolo della sua poca eticità e del fatto che potrebbe causare danni all’immagine di Israele. Alcuni gruppi ebraici americani hanno affermato che la questione dei migranti è “una sfida nazionale e internazionale che richiede empatia, compassione e pietà”.

Da parte sua, Netanyahu ha dichiarato che “i veri rifugiati e le loro famiglie rimarranno in Israele. Niente ci obbliga a permettere a coloro che arrivano illegalmente in cerca di lavoro di rimanere nel Paese”.

In base a una recente indagine dell’Israel Democracy Institute, un centro di ricerca dedicato al rafforzamento delle basi della democrazia israeliana, due terzi del pubblico di Israele è d’accordo con il piano di espulsione.

I richiedenti asilo che non lasceranno il Paese entro i termini stabiliti, rischiano la reclusione. Tuttavia, le autorità dubitano di poter accogliere nelle carceri il gran numero di persone previsto, che va dalle 15 mila alle 20 mila.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

di Redazione

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