Il Bahrein contro la libertà di espressione

Pubblicato il 25 febbraio 2018 alle 6:03 in Bahrein Medio Oriente

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La sentenza che ha condannato il difensore dei diritti umani bahreinita, Nabeel Rajab, a 5 anni di reclusione per aver espresso le proprie opinioni in modo pacifico dimostra che le autorità del Bahrein disprezzano la libertà di espressione, secondo quanto dichiarato da Amnesty International.

Mercoledì 21 febbraio, un tribunale del Bahrein ha condannato un attivista politico a un periodo di detenzione di 5 anni con l’accusa di aver “disseminato pettegolezzi falsi in periodo di guerra”, di aver “offeso un Paese straniero” e di aver “insultato un ente giuridico”, secondo quanto previsto dal codice penale del Regno. Le accuse si riferiscono al fatto che, in un tweet pubblicato il 26 marzo 2015, giorno in cui la coalizione araba, a guida saudita, era entrata nel conflitto in Yemen, Rajab aveva criticato il ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra civile dello Yemen, accusandola di uccidere i civili attraverso i raid della coalizione araba.

In merito alla questione, il direttore regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, Heba Morayef, ha dichiarato: “La condanna di Nabeel Rajab è uno schiaffo alla giustizia. Questa sentenza dimostra la determinazione spietata delle autorità nello schiacciare ogni forma di dissidenza e nel non lasciare spazio ai dubbi in merito ai tempi lunghi che sono disposti ad affrontare per mettere a tacere i critici pacifici”. Morayef ha altresì dichiarato: “Questo verdetto vergognoso deve essere annullato e le autorità devono far cadere tutte le accuse pendenti e rilasciare immediatamente Nabeel Rajab. È oltraggioso che sia costretto a trascorrere altri 5 anni in prigione per aver osato esprimere le sue opinioni su internet”.

Nabeel Rajab, presidente del Centro per i Diritti Umani del Bahrein, è entrato e uscito di prigione numerose volte dal 2012, dopo aver ricevuto diverse sentenze relative al suo attivismo e al suo lavoro nel campo dei diritti umani. Nel novembre 2014 gli è stato vietato di lasciare il Bahrein. Dal 13 giugno 2016, Rajab è detenuto in una cella di isolamento e sta scontando una pena di due anni per alcune interviste televisive che aveva rilasciato nel 2015 e nel 2016, nelle quali l’attivista avrebbe criticato la pratica degli abusi diffusa nel carcere di Jaw, situato nel Bahrein, nel quale sarebbe stata utilizzata la tortura. Il 15 gennaio 2018, la Corte di cassazione di Manama aveva confermato quest’ultima condanna, dichiarando l’attivista colpevole di aver “disseminato notizie, dichiarazioni e pettegolezzi falsi sulla situazione interna del Regno, che potrebbero danneggiare il prestigio e lo status del Paese”.

Secondo quanto riferito dal Centro per i Diritti Umani del Bahrein, il processo di Rajab sarebbe stato rimandato per 20 volte e il governo avrebbe violato le procedure legali, dal momento che non avrebbe fornito ai legali dell’attivista sufficienti opportunità per difendere il loro assistito. Oltre a ciò, l’organizzazione ha rivelato che l’uomo sarebbe stato picchiato e sarebbe costretto a sopportare condizioni “umilianti e degradanti” mentre sconta la sua pena.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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