Afrin: la Turchia bombarda le truppe di Al-Assad

Pubblicato il 21 febbraio 2018 alle 11:19 in Siria Turchia

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Le forze turche hanno sparato contro le truppe fedeli al governo del presidente siriano, Bashar Al-Assad, mentre queste stavano entrando nel distretto di Afrin, situato nel nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa siriana SANA, le forze turche avrebbero colpito le postazioni delle truppe siriane non appena arrivate nell’area di Afrin e alcuni convogli della stampa che si stavano occupando di coprire l’arrivo delle forze fedeli al governo di Al-Assad. Da parte sua, il quotidiano turco Daily Sabah ha riferito che l’esercito turco avrebbe sparato alcuni colpi di avvertimento diretti al convoglio delle truppe siriane, mentre questo si trovava a circa 10 km di distanza da Afrin, costringendolo ad arretrare. In questo contesto, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che le forze governative “sono state costrette a ritirarsi dopo i colpi di artiglieria. Questo capitolo per ora è chiuso”.

Martedì 20 febbraio, le forze fedeli al governo del presidente siriano, Bashar Al-Assad, sono entrate nel distretto di Afrin, situato nel territorio nord-occidentale della Siria, al confine con la Turchia, dal territorio di Aleppo. Non appena entrate nell’area, le forze siriane sono state dispiegate in punti e centri specifici “per sostenere i locali nella difesa dei villaggi e delle abitazioni contro gli attacchi dell’ISIS e dell’aggressione della Turchia”. L’arrivo dell’esercito siriano nell’area è avvenuto nel contesto di un patto concluso domenica 18 febbraio tra il governo di Damasco e i curdi. In questo contesto, martedì 20 febbraio, il portavoce delle People’s Protection Units (YPG), Nuri Mahmud, ha dichiarato che le forze curde avrebbero invitato l’esercito siriano a intervenire, per resistere all’offensiva turca, e ha aggiunto: “Il governo siriano ha risposto all’invito e ha mandato unità militari per occupare le postazioni nel territorio di confine e partecipare alla difesa dell’unità territoriale della Siria e dei suoi confini”.

Un mese prima, il 20 gennaio, Ankara aveva lanciato l’operazione Ramo d’Olivo nel distretto di Afrin. Si tratta di una campagna militare mirata a “liberare il territorio dal terrorismo” e a creare una zona sicura della profondità di 30 km al confine tra Siria e Turchia. Il governo turco ritiene illegali le Syrian Democratic Forces (SDF), che sono considerate parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il giorno successivo all’inizio dell’operazione militare, il 21 gennaio, il presidente siriano, Bashar Al-Assad, aveva condannato l’offensiva di Ankara contro i curdi nel distretto di Afrin, definendola “parte del supporto di Ankara nei confronti dei gruppi estremisti”.

Secondo il quotidiano The New Arab, si tratterebbe della prima volta che l’esercito siriano dispiega le proprie truppe nell’area dal 2012, anno in cui le People’s Protection Units (YPG) avevano preso il controllo nel territorio settentrionale della Siria. Il 18 febbraio, il consigliere presso l’amministrazione a guida curda nella Siria settentrionale, Badran Jia Kurf, aveva sottolineato che l’accordo tra il governo di Damasco e i curdi sarebbe stato inteso in senso puramente militare e non prevedrebbe cambiamenti a livello politico.

Le relazioni tra i curdi siriani e il governo di Damasco sono tese dal momento che Bashar Al-Assad mira a riunire tutto il Paese sotto il proprio controllo, mentre, da parte loro, i curdi desiderano ottenere maggiore autonomia nel proprio territorio, situato nel nord della Siria, all’interno di un governo decentralizzato.  Il 17 marzo 2016, i curdi avevano proclamato unilateralmente nel territorio siriano settentrionale un sistema federale curdo, mai riconosciuto dal presidente siriano, che lo aveva definito “privo di basi legali”.

Il 18 dicembre, i curdi e Al-Assad si erano accusati reciprocamente. Il presidente siriano aveva definito i combattenti curdi “traditori”, infervorando la retorica contro le forze curde che controllano più di un quarto del territorio siriano. Per tutta risposta, un leader del Movimento della società democratica curdo, Aldar Khalil, aveva affermato che le parole di Al-Assad avrebbero costituito una “dichiarazione di guerra” e avrebbero supportato “la posizione della Turchia”, che teme la formazione di uno stato curdo in Siria e in Iraq perché ciò potrebbe galvanizzare i curdi presenti nel proprio territorio.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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