Filippine: Duterte offre 384 dollari per ogni comunista ucciso

Pubblicato il 18 febbraio 2018 alle 10:47 in Asia Filippine

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Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine, ha annunciato all’esercito che offrirà una ricompensa di 384 dollari per ogni ribelle comunista ucciso.

Il leader ha dichiarato, inoltre, che vorrebbe addestrare i membri di alcune popolazioni indigene, tra i quali i lumadi, per trasformarli in combattenti paramilitari. L’obiettivo di questa nuova milizia sarebbe la lotta contro i comunisti nelle loro comunità, nell’isola meridionale di Mindanao, che nel 2017 era stata testimone dell’assedio della città di Marawi da parte dei terroristi dell’ISIS. Il presidente ha dichiarato che, per ogni ribelle comunista ucciso, i combattenti riceveranno 20.000 pesos, ossia 384 dollari.

L’offerta di Duterte è scaturita in seguito al recente omicidio di un leader indigeno e di suo figlio, membri della forza paramilitare del Paese, molto noti nella loro comunità. Il gruppo armato di ribelli comunisti, il Nuovo Esercito Popolare, aveva rivendicato la responsabilità dell’accaduto all’inizio di febbraio, accusando i due uomini di estorsione e di appropriazione di territori.

L’amministrazione Duterte è impegnata nell’instaurazione di trattative di pace con i ribelli sin dalla metà del 2016. In seguito a nuovi scontri con le forze del governo, nel 2017, Duterte aveva dichiarato che i combattenti comunisti erano da considerare parte di un gruppo terroristico, sospendendo così i negoziati per la pace. Secondo quanto riportato da Al Jazeera in lingua inglese, tuttavia, i ribelli comunisti hanno dichiarato che le loro operazioni sono volte a proteggere le popolazioni indigene dalle aggressioni militari. Inoltre, i ribelli hanno sottolineato che stanno lottando per la giustizia sociale e l’uguaglianza.

Il leader in esilio del Partito Comunista delle Filippine, Jose Maria Sison, ha affermato che Duterte si sta comportando come il boss di un’organizzazione criminale, avvisandolo poi che la sua decisione porterà al massacro e alla violazione dei diritti umani e della legge umanitaria internazionale. Sison ha altresì suggerito che l’unico modo per porre fine ai quasi 50 anni di conflitto armato nelle Filippine è intraprendere la strada dei negoziati di pace, individuando le cause della guerra e ponendo le basi per la creazione di una situazione pacifica che sia duratura e giusta. Secondo l’ex leader, è necessario che il Paese stipuli accordi interni, per sviluppare una serie di riforme a livello politico, sociale ed economico.

Le organizzazioni per i diritti umani, i ribelli e gli attivisti locali hanno accusato il leader di incitare l’esercito a commettere crimini di guerra, sottolineando che la sua retorica incoraggia la violazione delle convenzioni dei conflitti armati. Carlos Conde, della Human Rights Watch, ha spiegato che, così facendo, Duterte diffonderebbe la convinzione che le forze di sicurezza del governo possano agire come meglio credono per sconfiggere i loro nemici, anche attraverso esecuzioni sommarie.

Inoltre, uno dei più grandi gruppi di indigeni delle Filippine meridionali, l’Alternative Learning Center for Agricultural and Livelihood Development (ALCADEV), ha dichiarato che uccidere per denaro non fa parte della loro cultura. “Chiederci di uccidere, come se fosse il modo giusto per portare la pace nelle nostre comunità, mostra ignoranza per quanto riguarda la nostra situazione e le nostre difficoltà. Il principio della nostra lotta per la difesa delle terre dei nostri antenati non potrà mai essere comprato” hanno spiegato i membri della popolazione, in una dichiarazione rilasciata sui social media.

Sin dal 2016, Duterte è stato accusato di aver violato le leggi internazionali. Ad aprile 2017, un avvocato filippino, Jude Sabio, aveva sporto denuncia presso la Corte penale internazionale dell’Aia, accusando il presidente di crimini contro l’umanità. Secondo Sabio, la morte di migliaia di filippini nella guerra al narcotraffico del Paese era il metodo utilizzato dal leader per tenere sotto controllo il crimine. Due politici dell’opposizione avevano sostenuto Sabio inviando una comunicazione supplementare alla Corte penale internazionale per rafforzare le accuse dell’avvocato. Le indagini dell’avvocato sulla condotta di Duterte erano cominciate a settembre 2016, quando un uomo, Edgar Matobato, aveva testimoniato di aver agito come killer agli ordini del presidente, che al tempo era il sindaco della città di Davao.

Di recente, la Corte penale internazionale dell’Aia ha annunciato di aver cominciato a indagare sul presidente delle Filippine. Duterte ha respinto tutte le accuse e si è detto disponibile ad andare in tribunale a L’Aia.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

di Redazione

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