Pensare strategicamente: ciò che l’Italia può imparare da Erdogan e Netanyahu

Pubblicato il 13 febbraio 2018 alle 10:26 in Il commento Israele

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Vita in diretta

La Turchia ha fatto sapere di essere schierata con l’Italia nella crisi in Libia. La dichiarazione è stata rilasciata dall’ambasciatore turco in Italia, Murat Salim Esenli, che ha commentato la visita di Erdogan a Roma in un’intervista pubblicata mercoledì sul “Messaggero”. È una notizia di grande importanza per gli interessi italiani. Dopo la caduta di Gheddafi, la Libia si è divisa in due governi rivali. Il primo, con sede a Tripoli, è appoggiato dall’Italia, mentre il secondo, con sede a Tobruk, è sostenuto da Russia, Francia ed Egitto. Obama era schierato al fianco dell’Italia, ma Trump ha deciso di disimpegnarsi in Libia. E così, dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca, l’Italia è rimasta isolata e indebolita. Il fatto che Erdogan abbia scelto di sostenere il governo di Tripoli pone le condizioni per un possibile riequilibrio nello scenario libico, ammesso che l’Italia colga l’occasione. La Turchia e l’Italia avrebbero un forte interesse a stringere un’alleanza politica. Caduto Gheddafi, l’Italia ha visto ridursi la sua influenza nel Mediterraneo a vantaggio della Francia. Dal canto suo, la Turchia ha visto chiudersi le porte dell’Unione Europea per l’opposizione della Francia, ma anche per il deterioramento dei rapporti con la Germania e l’Olanda, con cui Erdogan ha addirittura interrotto le relazioni diplomatiche mentre era a Roma. Nello stesso modo in cui l’Italia cerca un nuovo alleato strategico nel Mediterraneo, la Turchia lo cerca in seno all’Unione Europea. Il dibattito italiano sulla figura di Erdogan è interamente incentrato su valutazioni di tipo etico. Eppure, Macron, volendo contenere l’Italia in Libia, non ha esitato ad allearsi con il presidente dell’Egitto, al-Sisi, il cui regime, oltre ad avere molti tratti in comune con le dittature, non ha mai dato risposte sull’uccisione di Giulio Regeni. Gli italiani dovrebbero riflettere: un Paese che cessa di ragionare strategicamente è un Paese decadente.

Nonostante la loro importanza, i problemi dell’Italia in Libia rappresentano la parte “morbida” della politica internazionale; i problemi di Israele in Siria rappresentano la parte “dura”. Ieri è stato abbattuto un aereo israeliano mentre cercava di effettuare un bombardamento in territorio siriano. Che cosa ci facesse in Siria è presto detto.

Israele confina con la Giordania a est, con cui ha siglato un trattato di pace nel 1994 e con l’Egitto a sud, con cui firmò un trattato di pace nel 1979. I veri problemi per la sua sicurezza nazionale sono al nord, dove Israele confina con la Siria, con cui è in guerra dal 1948, e con il Libano, dove sono basate le milizie sciite di Hezbollah. I bombardamenti degli aerei israeliani in Siria hanno un triplice scopo. Il primo è indebolire l’esercito siriano di Bassar al Assad; il secondo è contenere le milizie sciite di Hezbollah che, pur essendo basate in Libano, sono accorse in Siria per proteggere Bassar al Assad; il terzo scopo è ostacolare l’avanzata dell’Iran che sta cercando di stabilire una base militare in Siria con il consenso di Assad. La preoccupazione di Netanyahu è comprensibile perché si basa su un ragionamento strategicamente corretto: l’Iran arma e finanzia tutto ciò che è nemico di Israele, tra cui Hamas a Gaza e le milizie di Hezbollah.

Dal momento che gli eserciti nemici si temono quando si allontanano, ma si combattono quando si avvicinano, l’avvicinamento dell’Iran al confine israeliano annuncia guerra e non pace. Non a caso, il caccia di Netanyahu stava cercando di bombardare una postazione dell’Iran da cui era partito un drone diretto verso le alture siriane del Golan, occupate da Israele. Date simili premesse, è chiaro che l’abbattimento dell’aereo israeliano non causerà la fine del conflitto, ma una sua intensificazione. Più i nemici di Israele si rafforzeranno, maggiori saranno i bombardamenti israeliani contro di loro. Tutto ciò non rappresenta una buona notizia per l’Italia che ha un contingente straniero in Libano. Il 18 ottobre 2017, la brigata Folgore ha assunto il comando del Settore Ovest della missione Unifil, animata da 11000 caschi blu dell’Onu, tra cui 1200 militari italiani, che vegliano sul cessate il fuoco fra Israele e il Libano. Si tratta di una forza “cuscinetto” che salterebbe allo scoppiare della guerra. Ne consegue che tutto ciò che accade a nord di Israele è rilevante per l’Italia.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano in Italia dedicato alla politica internazionale

Quest’articolo è pubblicato per gentile concessione del “Messaggero”

di Alessandro Orsini

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