Garabulli: la città dei trafficanti libici

Pubblicato il 13 febbraio 2018 alle 13:12 in Immigrazione Libia

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La città libica di Garabulli, ad est di Tripoli, costituisce uno dei principali centri dei trafficanti di esseri umani nel Paese nordafricano. Dall’inizio del 2018, sono stati numerosi gli interventi della Guardia Costiera libica per soccorrere imbarcazioni cariche di stranieri al largo delle coste dell’area. Tra questi si ricorda quello del 7 gennaio al largo di Garabulli, dove 290 migranti sono stati tratti in salvo, mentre altri 2 sono morti. Il giorno seguente, un altro naufragio è avvenuto nella stessa zona, dove gli ufficiali libici hanno soccorso 135 migranti, tra cui 5 bambini e 49 donne, di cui 10 in stato interessante. Infine, il 9 gennaio, la Guardia Costiera libica ha soccorso tre gommoni in difficoltà, riuscendo a trarre in salvo complessivamente 300 persone, mentre altre 100 sarebbero morte.

Un report della giornalista Francesca Mannocchi, pubblicato su The New Arab, fa luce sulla realtà di Garabulli, dove il traffico di esseri umani costituisce una delle principali attività. La testimonianza di uno scafista 32enne, Ibrahim, rivela che la metà degli abitanti della zona è impegnata nel traffico dei migranti. “Non è cambiato niente dopo gli accordi con l’Italia”, spiega l’uomo. Ibrahim è laureato in ingegneria civile e, grazie agli alti guadagni che gli permettono di essere ricco, vorrebbe comprarsi una casa in Tunisia e una a Tripoli. “ho iniziato questo lavoro per soldi, all’inizio mi occupavo di compiti minori, custodivo i motori delle imbarcazioni e di notte conducevo i migranti dalla campagna alle spiagge, il mio capo mi pagava per questo”, ha spiegato Ibrahim, aggiungendo: “Dopo che ho capito tutti i meccanismi ho deciso di creare il mio giro, adesso ci sono 5/10 persone che lavorano per me, dipende dal flusso di migranti che passa, dalle condizioni del mare e del tempo”. Subito fuori da Garabulli, nella campagna, si trovano diverse costruzioni in cemento, apparentemente disabitate. Alcune sono la dimora degli scafisti, mentre quelle più ampie vengono utilizzate per far sostare i migranti prima che vengano condotti alle spiagge. “In questa parte della Libia non c’è stato alcun cambiamento, abbiamo sentito degli accordi con l’Europa, ma gli effetti non sono arrivati qui, le persone continuano ad arrivare dal sud. Garabulli è attraversata dai flussi oggi come mesi fa”, spiega Ibrahim.

Occorre ricordare che, dall’inizio del 2017, l’Italia, sostenuta dall’Unione Europea e sotto la guida del ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha concluso una serie di accordi in ambito migratorio con la Libia, principale porto di partenza delle imbarcazioni dei trafficanti di esseri umani, al fine di meglio gestire la crisi migratoria e contrastare le attività degli scafisti. La grave situazione di instabilità del Paese nordafricano, dove ancora oggi esistono due governi, uno insediato a Tripoli e appoggiato dall’Onu, e uno insediato a Tobruk e appoggiato da Russia ed Egitto, ha permesso ai trafficanti di esseri umani di portare avanti indisturbati le loro attività. L’assenza di una guida unitaria del Paese, capace di controllare efficacemente tutti i territori, ha fatto sì che i confini meridionali della Libia, con il Niger e il Ciad, siano ormai divenuti i confini meridionali dell’Europa stessa, come ha spiegato il ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, il 31 marzo scorso, nel corso di una riunione al Viminale con 60 leader tribali libici. Nell’occasione, l’Italia ha raggiunto un accordo con i capi delle tribù, i quali si sono spartiti il controllo di determinate zone dei confini. Le iniziative messe in atto da Roma e da Bruxelles, dunque, hanno seguito la linea di Minniti, volta a impedire che i flussi migratori provenienti dalle varie aree africane confluissero prima in Libia, e poi verso l’Europa. Ne è conseguito che, nel corso dell’estate, gli sbarchi in Italia e in Europa sono diminuiti gradualmente.

Nonostante ciò, secondo quanto riferito da Ibrahim, le azioni dell’Italia e dell’Unione Europea in Libia non hanno avuto la stessa risonanza in tutto il Paese, lasciando determinare aree ancora in mano alla gestione die trafficanti. “È un rischio, spesso le nostre imbarcazioni vengono intercettate dalla Guardia Costiera, che riporta i migranti in Libia, altre volte molti muoiono, ma io non ho responsabilità per questo, mi occupo soltanto di organizzare le barche”, ha riferito lo scafista. Dietro agli edifici di cemento nelle campagne di Garabulli si trovano fosse comuni dove vengono mesi i copri di coloro che annegano in mare.

Dalle testimonianze riportate da Francesca Mannocchi emerge che, spesso, coloro che entrano nel giro del traffico di esseri umani sono cittadini comuni che hanno perso il lavoro e che cercano un modo per guadagnare e mandare avanti la famiglia. E’ il caso di uno degli autisti di Ibrahim, il 29enne Khaled, sposato e con un figlio piccolo, il quale ha spiegato di essere entrato nel giro dei trafficanti due anni fa. Fino ad allora faceva l’insegnante di matematica a Tajoura, un sobborgo di Tripoli. Quando il governo ha tagliato gli stipendi, impossibilitato a lasciare il Paese, Khaled si è unito alla gang di Ibrahim per fare soldi. Ibrahim ha riferito che sono sempre più numerosi i giovani libici che gli chiedono lavoro: “Qui non ci sono possibilità, nessuno può pianificare il futuro, soprattutto per i giovani. L’unica occupazione che permette loro di guadagnare è quella del traffico dei migrati”. Ciò induce a pensare che, al di là dei numerosi accordi per meglio gestire i flussi migratori verso l’Italia e l’Europa, è sempre più urgente un’unificazione politica della Libia che permetta alle autorità di governare su tutto il territorio nazionale, contrastando efficacemente i traffici illegali

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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