Ahed Tamimi: inizia il processo

Pubblicato il 13 febbraio 2018 alle 15:12 in Israele Palestina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

È iniziato, a porte chiuse, il processo nei confronti di Ahed Tamimi, la ragazza 17enne che era stata arrestata per aver strattonato un soldato israeliano.

La Tamimi era stata arrestata il 19 dicembre 2017 nel villaggio palestinese di Nabi Saleh, dove viveva con la propria famiglia, per aver strattonato e gettato oggetti contro un soldato israeliano. L’arresto era avvenuto dopo che, qualche giorno prima, il 15 dicembre, la ragazza aveva colpito un soldato israeliano che aveva sparato al cugino quindicenne, Mohammed Tamimi, dopo avere fatto irruzione nella sua abitazione durante un assalto dei militari israeliani nel villaggio della giovane, situato nel nord-ovest di Ramallah. La reazione di Ahed era stata filmata dalla migliore amica, che aveva subito pubblicato il video su internet, scatenando una polemica a livello internazionale. Da parte loro, i militari israeliani hanno riferito che l’aggressione non sarebbe avvenuta nell’abitazione della ragazza, ma in un’area in cui i soldati cercavano di impedire ai palestinesi di lanciare sassi contro gli automobilisti israeliani.

Il processo, che era inizialmente previsto per il 31 gennaio, è iniziato in un tribunale militare israeliano martedì 13 febbraio, dopo essere stato rimandato per due volte. Da parte sua, l’avvocato della ragazza, Gaby Lasky, ha criticato il tribunale per aver chiuso il procedimento e ha detto ai media: “Credo che il tribunale non pensi che sia giusto per la corte avervi tutti qui. Stavano cercando un momento e un luogo per far uscire tutte le persone presenti in tribunale in modo che non possiate assistere al suo processo e vedere cosa sta succedendo”. In questo contesto, Lasky ha aggiunto che “il diritto di avere le porte chiuse è del minore non del tribunale” e che, durante il processo, avrebbe sottolineato il fatto che “l’occupazione è illegale, quindi anche il tribunale non può svolgere un processo, a causa dell’illegalità dell’occupazione”.

La giovane palestinese deve affrontare 12 capi d’accusa, presentati dalle autorità israeliane, tra i quali aggressione, lancio di pietre, incitamento e minacce, in occasione di sei diversi episodi che la vedrebbero protagonista, e rischia di essere condannata a un periodo di detenzione della durata di 10-14 anni. La ragazza è detenuta dal giorno dell’arresto, dal momento che, il 17 gennaio, il tribunale militare israeliano aveva stabilito che Ahed Tamimi sarebbe rimasta in carcere fino al processo, a causa della “gravità” del suo reato.

L’arresto della giovane palestinese ha suscitato la reazione del popolo palestinese, che ha elevato la Tamimi a eroe nazionale e simbolo della resistenza. Oltre a ciò, numerosi gruppi di attivisti umani hanno criticato la detenzione prolungata della Tamimi. Da parte sua, l’avvocato della ragazza, Gaby Lasky, aveva dichiarato che la detenzione prolungata della giovane costituirebbe una violazione delle convenzioni internazionali, dal momento che Ahed Tamimi è minorenne. Tuttavia, a differenza degli israeliani che vivono negli insediamenti all’interno dei territori palestinesi, i quali sono sottoposti al diritto civile israeliano e vengono processati nei tribunali civili, i palestinesi che vivono in Cisgiordania devono sottostare alla legge militare. Tale sistema di norme considera i ragazzi che hanno compiuto i 16 anni di età adulti, pertanto possono essere sottoposti al massimo della pena, a seconda dei reati commessi.

Lunedì 12 febbraio, Amnesty International ha esortato le autorità israeliane a rilasciare immediatamente la giovane palestinese, affermando che “la detenzione prolungata costituisce un tentativo disperati di intimidazione dei bambini palestinesi che osano ribellarsi alla repressione delle forze occupanti”. In questo senso, la vice direttrice dell’organizzazione per l’Africa e il Medio Oriente, Magdalena Mughrabi, ha dichiarato: “Rifiutando di rilasciare Ahed Tamimi dal suo arresto avvenuto il 19 dicembre, le autorità israeliane hanno dimostrato soltanto disprezzo per i loro obblighi nei confronti della protezione dei bambini, stabiliti dal diritto internazionale” e ha aggiunto: “Quando era sconosciuta, Ahed non ha costituito alcuna minaccia nella lite con i due soldati israeliani, che erano pesantemente armati e indossavano indumenti protettivi. Niente di quello che ha fatto può giustificare la sua detenzione prolungata e le sessioni di interrogatori lunghe e aggressive, che è stata costretta a sopportare durante le prime due settimane di detenzione”. La Mughrabi ha continuato affermando che “ancora una volta, le autorità israeliane hanno risposto agli atteggiamenti di sfida di un giovane palestinese con misure completamente sproporzionate rispetto all’avvenimento in questione”.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.