Iraq: famiglie dell’ISIS nei campi-prigione

Pubblicato il 12 febbraio 2018 alle 6:02 in Iraq Medio Oriente

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Nei primi giorni di gennaio, le forze irachene hanno costretto almeno 235 famiglie di persone sospettate di essere membri dello Stato Islamico ad abbandonare il territorio in cui vivevano, dopo averle sottoposte a varie forme di violenza fisica e aver distrutto le loro case.

Secondo quanto riferito dall’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, la maggior parte delle famiglie sarebbero state costrette a trasferirsi nel campo di Daquq, situato nel governatorato di Kirkuk, a nord-est dell’Iraq, mentre le restanti in altri due campi, anch’essi situati nello stesso territorio.

Il 23 gennaio, il manager del campo di Daquq aveva riferito all’organizzazione Human Rights Watch che, a partire dal 4 gennaio, la struttura aveva accolto 220 famiglie provenienti dai villaggi situati nel territorio di Hawija, a ovest di Kirkuk. Alcune di queste persone avevano già vissuto in un campo tra il 2014 e il 2016, quando le loro abitazioni si trovavano nel territorio sotto il controllo dello Stato Islamico, ed erano tornate nei loro luoghi d’origine nel novembre 2017, dopo la liberazione dell’area, avvenuta il 5 ottobre 2017.

Tali operazioni di sfollamento forzato sarebbero state condotte dalle Forze di mobilitazione popolare, un’organizzazione para-statale, composta principalmente da musulmani sciiti, anche se sono presenti nel gruppo sunniti, cristiani e yazidi, che si è formata nel giugno 2014, in seguito all’emissione di una fatwa dell’ayatollah iracheno Ali Al-Sistani, che chiedeva la mobilitazione nazionale contro lo Stato Islamico. 

Stando alle testimonianze dei membri delle famiglie in questione, le forze irachene li avrebbero obbligati ad abbandonare le abitazioni e a trasferirsi nei campi con l’accusa di avere un parente all’interno dell’organizzazione terroristica. Molte persone intervistate da Human Rights Watch avrebbero altresì mostrato segni di ecchimosi, dovute alla violenza fisica che i soldati avrebbero usato contro di loro.

Le Forze di mobilitazione popolare sono state più volte condannate per aver adottato pratiche illegali, fino a essere accusate di crimini di guerra, in particolare nei confronti dei civili sunniti. Il 15 agosto 2017, i media iracheni le avevano accusate di aver reclutato alcuni bambini e ragazzi sotto i 18 anni per farli combattere in battaglia, violando le norme internazionali e i principi dei diritti umani.

Alcuni membri delle famiglie sfollate hanno raccontato anche di essere stati bendati e mandati nelle basi militari irachene per essere sottoposti a controlli e, successivamente, di essere stati trasferiti nel campo. In alcuni casi, i genitori sarebbero stati costretti ad abbandonare i figli nelle abitazioni, mentre in altri le Forze di mobilitazione popolare avrebbero distrutto o incendiato le loro case o avrebbero rubato il bestiame di loro proprietà. Oltre a ciò, una volta arrivati nei campi, la polizia locale avrebbe sequestrato i loro documenti d’identità, in modo che non potessero fuggire dalla struttura. In questo contesto, un testimone ha dichiarato: “Le autorità irachene stanno forzatamente sfollando queste famiglie e le stanno condannando a uno squallido futuro di difficoltà economiche, possibilità di istruzione limitate e condizioni di vita vergognose nei campi-prigione”.

In un report dal titolo “Families with ISIS Relatives Forced into Camps”, pubblicato da Human Rights Watch domenica 4 febbraio, l’organizzazione ha condannato tale pratica delle forze irachene, definendola un “crimine di guerra”. In tal senso, nel documento si legge: “imporre punizioni collettive alle famiglie, ai villaggi o alle intere comunità è strettamente vietato e può essere un crimine, soprattutto se sfocia nello sfollamento forzato. Lo sfollamento forzato illegale, diffuso o sistematico, imposto come politica di uno Stato o da un gruppo organizzato, può essere considerato un crimine contro l’umanità”. Di conseguenza, “le autorità irachene dovrebbero adottare immediatamente misure mirate a indagare questi presunti crimini di guerra e le accuse di demolizioni illegali, furti e distruzione di proprietà civili”.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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