Le Filippine e il terrorismo

Pubblicato il 11 febbraio 2018 alle 6:01 in Approfondimenti Filippine

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Il 2017 è stato un anno significativo per la lotta al terrorismo nelle Filippine. Nel mese di gennaio l’intelligence di Manila aveva diffuso un’avvertenza, secondo cui i legami tra i militanti dell’ISIS e gli islamisti filippini erano in aumento. In particolare, le autorità avevano reso noto che il leader del gruppo criminale Abu Sayyaf, Isnilon Hapilon, noto per aver svolto azioni di pirateria e rapimenti, soprattutto contro stranieri nell’area del sud delle Filippine, stava tentando di ampliare la sua presenza in altre zone del Paese, seguendo le istruzioni dello Stato Islamico. Abu Sayyaf, conosciuto anche come al-Harakat al-Islamiyya, è uno dei principali gruppi paramilitari islamisti attivi nelle isole meridionali delle Filippine, fondato nei primi anni ‘90 da un combattente filippino che aveva militato nella Brigata Internazionale Musulmana durante l’invasione in Afghanistan. Il gruppo porta avanti offensive da quasi 30 anni contro le autorità filippine, le quali sono a maggioranza cattolica. Il suo obiettivo è quello di istituire un’entità panislamica nel sud-est asiatico, che includa l’isola di Mindanao, le Isole Sulu, il Borneo, la Malesia, l’Indonesia, le isole del Mar Cinese e la penisola Malese. Tale organizzazione, nel 2014, ha giurato fedeltà all’ISIS. Il 26 gennaio 2017, il Segretario alla Difesa filippino, Delfin Lorenzana, aveva riferito che Hapilon, aveva lasciato la sua area operativa tradizionale nell’isola di Basilan, e si era spostato verso la zona di Lanao del Sur, provincia dell’isola di Mindanao, per capire se potesse divenire una nuova base operativa per i suoi seguaci. Tale area costituiva la base di un altro gruppo di ribelli islamisti, chiamato Maute, il quale aveva giurato a sua volta fedeltà all’ISIS. L’11 aprile 2017, gli scontri tra le forze dell’ordine e i militanti di Abu Sayyaf presso l’isola turistica di Bohol hanno causato la morte di 9 persone, di cui 4 degli agenti filippini e 5 tra i terroristi. Pochi giorni dopo, il 17 aprile, esplosioni improvvise hanno colpito la cittadina di Tacurong, nell’isola di Mindanao, ferendo 7 persone.

Tali attacchi sono stati seguiti dall’assedio della città di Marawi, situata nell’isola di Mindanao, da parte dei militanti islamisti del gruppo Maute, il 23 maggio 2017, quando i terroristi sono entrati in città sventolando le bandiere nere dell’ISIS. Lo stesso giorno, il presidente Rodrigo Duterte, in carica dal giugno 2016, ha imposto la legge marziale su tutta l’isola. Gli scontri tra l’esercito filippino e i jihadisti si sono conclusi ufficialmente il 23 ottobre 2017, dopo che, circa due settimane prima, erano stati uccisi i leader islamisti, Omar Maute e Isnilon Apilon. Il bilancio finale delle vittime è stato pari a 100.000. Come riportato dai media internazionali, il termine degli scontri armati non è da considerarsi sufficiente alla fine della minaccia terroristica. Le autorità di Manila devono infatti impegnarsi a comprendere come sia stato possibile un assedio così lungo, e come abbiano fatto i militanti a godere dell’appoggio della comunità locale. Ad avviso del capo della polizia di Marawi, Ebra Moxbin, le motivazioni non sono da ricercare nella religione ma, al contrario, nel denaro. “Non è la religione che ha convinto i cittadini di Marawi, ma i soldi”, ha spiegato Moxbin. Prima dell’assedio, i militanti si erano infiltrati tra i civili della città filippina, avviando una campagna di reclutamento durante la quale avevano offerto anche somme di denaro, pari a circa 1400 dollari, a chiunque si fosse unito al gruppo.

Nonostante la sconfitta militare a fine ottobre, l’ultimo attentato da parte degli islamisti si è verificato il 10 gennaio 2018, rivendicato da un altro gruppo fedele all’ISIS, Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (BIFF), che ha causato la morte di un soldato e il ferimento di tre civili, nel sud del Paese. L’agguato è avvenuto nel corso di un’operazione di ricerca da parte della polizia filippina, iniziata il 6 gennaio dopo uno scontro a fuoco con i militanti. Secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito, i combattenti del BIFF sono stati addestrati a realizzare ordigni esplosivi da Zulkifli Bin Hir, un militante malese ucciso durante un’operazione di polizia due anni fa.

La legislazione antiterrorismo filippina risale al 2007 ed è chiamata Human security Act (HSA), la quale definisce il fenomeno e lo ritiene oggetto di indagini da parte delle forze dell’ordine. Il ricorso a tali leggi, tuttavia, è stato limitato da diversi cavilli procedurali, tra cui la notifica della sorveglianza elettronica. Secondo quanto riportato dal Country Report on Terrorism del governo americano, nell’anno statistico 2016, non sono state emesse condanne per terrorismo, e nessun gruppo è stato designato come un’organizzazione estremista. Durante i mesi estivi, tuttavia, sono stati proposti emendamenti allo Human Security Act per conformarsi agli standard internazionali. In seguito, la National Bureau of Investigation (NBI) è stata messa in atto e trasformata in legge per approfondire le analisi e le indagini sul terrorismo. Le agenzie che hanno condotto ricerche sul fenomeno, al fine di limitarlo, sono state diverse, anche se hanno compiuto indagini inefficienti. Le responsabilità degli organi in merito alla lotta al terrorismo, spesso, sono poco chiare e non riescono a condividere adeguatamente le informazioni. Il governo filippino dispone dei passaporti elettronici, i quali costituiscono il 65% dei documenti validi in circolazione nel Paese asiatico. Presso l’aeroporto internazionale di Manila, le forze di sicurezza partecipano al programma dell’Interpol per il controllo dei confini, utilizzando il programma globale 24/7 per la comunicazione di sistema in merito ai dati dei viaggiatori.

In merito al contrasto al finanziamento del terrorismo, le Filippine sono un membro dell’Asia/Pacific Group sul riciclaggio di denaro, e la sua unità di intelligence finanziaria, la Anti-Money Laundering Council (AMLC), fa parte dell’Egmont Group on Financial Intelligence Units. Nel 2016, le autorità di Manila hanno pubblicato il primo report di valutazione sul rischio nazionale del riciclaggio di denaro e del finanziamento al terrorismo, relativo agli anni 2011-2014. Secondo quanto emerso da un documento dell’intelligence finanziaria australiana, le attività criminali sono le principali fonti di denaro per le organizzazioni terroristiche nelle Filippine. Per di più, i fondi illeciti vengono spesso riciclati attraverso i confini marittimi tra le Filippine e gli altri Paesi della regione.

Per quanto riguarda il contrasto all’estremismo violento, le autorità di Manila hanno collaborato con il Global Counterterrorism Forum (GCTF) per applicare il Rome Memorandum on Good Practices for rehabilitation and Reintegration of Violent Extremist Offenders. Le organizzazioni governative, tra cui il Law Enforcement and Security Integration Office, hanno collaborato per contrastare il fenomeno, e prevenire la radicalizzazione. Nell’aprile 2016, l’ATC ha reso possibile una consultazione nazionale sul contrasto all’estremismo violento, producendo un set di raccomandazioni per formulare un piano di azione nazionale. Tuttavia, l’amministrazione di Duterte non ha mai rilasciato tale piano, continuano a collaborare comunque con i partner internazionali. In particolare, il governo filippino ha lavorato a stretto contatto con la squadra di supporto informativo americana nel Pacifico, per condividere pratiche e combinare diverse strategie per contrastare la diffusione di messaggi estremisti.

Infine, nell’ambito della cooperazione regionale e internazionale, gli ufficiali filippini sono stati coinvolti in progetti e dialoghi all’interno dell’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN), e dell’Asia Pacific Economic Cooperation.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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