Egitto: 16 miliziani jihadisti uccisi nel Sinai

Pubblicato il 11 febbraio 2018 alle 15:05 in Africa Egitto

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Sedici miliziani sono stati uccisi e oltre 30 arrestati nell’operazione recentemente lanciata dall’Egitto contro i ribelli islamisti.

Nella giornata di domenica 11 febbraio, l’esercito egiziano ha riferito di aver ucciso 16 militanti islamisti e di averne arrestati almeno altri 30 nel quadro dell’Operazione Sinai 2018, lanciata dalle forze armate nazionali venerdì 9 febbraio. L’esercito ha inoltre reso noto tramite una dichiarazione ufficiale divulgata dalla televisione statale che, grazie ad alcuni raid – effettuati principalmente nella Penisola del Sinai, ma anche in alcune zone desertiche occidentali e presso il delta del Nilo – sono stati distrutti 66 bersagli tra cui depositi di armamenti, SUV e motociclette utilizzati dai miliziani per fuggire e per ordire attacchi. Nella dichiarazione, il portavoce dell’esercito, Tamer el-Rifaaim, comunica inoltre che è stata trovata una sorta di mediateca informatica con libri, documenti, computer e altro materiale digitale collegato all’ideologia jihadista. Nell’operazione, le forze armate hanno altresì scoperto e distrutto sei fattorie utilizzate dai ribelli islamisti per coltivare sostanze narcotiche illegali quali l’oppio.

Si tratta dei primi ribelli e bersagli neutralizzati dall’esercito in seno alla nuova campagna militare portata avanti principalmente nel territorio settentrionale e centrale della Penisola del Sinai, oltre che in alcune zone del delta del Nilo, che costituiscono uno dei focolai dello Stato Islamico. L’operazione coinvolge truppe egiziane delle forze aree, navali e di terra, unitamente alla polizia di frontiera e alle altre forze dell’ordine nazionali.

Il 29 novembre 2017, il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, aveva ordinato al proprio esercito di utilizzare tutta la forza necessaria per mettere in sicurezza l’intera penisola del Sinai entro i 3 mesi successivi. La decisione era giunta in seguito all’attacco che, il 24 novembre 2017, ha colpito la moschea di Al-Rawdah, nei pressi della città di Al-Arish, nel Sinai settentrionale, causando la morte di 305 persone e il ferimento di altre 109.

I ribelli islamisti hanno iniziato a prendere di mira le forze dell’ordine e di sicurezza per i loro attacchi dal 2013. In quell’anno, infatti, essendo aumentato il malcontento popolare verso l’allora presidente egiziano, Mohamed Morsi, membro dei Fratelli Musulmani, l’esercito, guidato da al-Sisi – che all’epoca era il generale delle forze armate – rovesciò il presidente in carica con un colpo di Stato militare il 3 luglio 2013. Al-Sisi, promosso Feldmaresciallo nel febbraio 2014, è stato eletto Presidente della Repubblica Araba d’Egitto nel maggio dello stesso anno, e ha assunto la presidenza del Paese presentandosi al popolo come ristoratore dell’ordine politico e della sicurezza nel Paese. A partire dal 2016, al-Sisi ha aumentato le misure anti-terrorismo, tramite l’adozione dell’iniziativa Operation Right of the Martyr, che prevedeva operazioni contro i militanti dello Stato Islamico presenti nel territorio.

L’insediamento degli islamisti nel Sinai risale al 2011 quando, in seguito al rovesciamento del presidente egiziano Hosni Mubarak, centinaia di islamisti sono tornati in patria dall’Afghanistan, stabilendosi nella Penisola del Sinai. Dal 2012 al 2015, nell’area, si sono verificati oltre 400 attacchi contro gli agenti delle forze di sicurezza locali.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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