Corea del Nord: non possiamo pagare la quota all’Onu a causa delle sanzioni

Pubblicato il 11 febbraio 2018 alle 6:47 in Asia Corea del Nord

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La Corea del Nord ha dichiarato di essere impossibilitata a pagare la sua quota per il budget del 2018 delle Nazioni Unite, a causa delle sanzioni internazionali imposte sul Paese.

I rappresentanti nordcoreani presso l’Onu hanno chiesto aiuto ai funzionari senior dell’organizzazione. L’ambasciatore della Corea, Ja Song Nam, ha incontrato il direttore operativo delle Nazioni Unite, Jan Beagle, venerdì 9 febbraio, chiedendo di assicurare un canale per le transazioni bancarie, in modo da permettere a Pyongyang di pagare i 184 mila dollari che deve all’Onu per la quota del 2018.

Le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti sulla Foreign Trade Bank, la prima banca nordcoreana per lo scambio di valuta estera, avrebbero impedito al Paese di “onorare le sue obbligazioni in quanto Stato membro, ostacolando anche le attività normali, come ad esempio il pagamento del contributo all’Onu”, ha spiegato la missione della Corea del Nord in una dichiarazione rilasciata venerdì 9 febbraio. “Inoltre, dimostra anche quanto crudeli e incivili siano tali sanzioni” ha aggiunto.

Secondo lo Statuto delle Nazioni Unite, i Paesi che devono pagare arretrati per un totale che è uguale o maggiore ai contributi dovuti per i due anni precedenti, potrebbero perdere il diritto di voto all’Assemblea Generale. Un’eccezione è consentita soltanto se il Paese in questione riuscisse a dimostrare che la sua inabilità al pagamento è dovuta a condizioni che vanno oltre il suo controllo.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva cominciato a imporre restrizioni sul Paese asiatico dal 2006, con l’obiettivo di limitare i fondi per lo sviluppo del programma missilistico balistico e nucleare di Pyongyang.

Nel 2016, le Nazioni Unite avevano vietato l’esportazione di carbone nella Corea del Nord. Tuttavia, nonostante le sanzioni, il Paese era riuscito a far arrivare lo stesso riserve del materiale nel Paese. Nel corso del 2017, l’organo delle Nazioni Unite aveva approvato una serie di restrizioni sempre più costrittive contro Pyongyang, in risposta ai test missilistici nucleari del regime. I settori interessati erano quello dell’energia, del trasferimento di denaro e delle spedizioni marittime.

L’ultima tornata di sanzioni sul Paese asiatico era stata approvata il 22 dicembre 2017. La Risoluzione 2397 limitava le importazioni e le esportazioni di carburante, prodotti alimentari, mezzi di trasporto e altro, imponendo al regime l’obbligo di far rimpatriare tutti i nordcoreani che lavoravano all’estero. Il 24 dicembre, il portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano aveva rilasciato una dichiarazione che definiva la decisione dell’Onu una grave violazione alla sovranità del Paese, sostenendo che le sanzioni rappresentavano una minaccia alla pace e alla stabilità della penisola coreana. Inoltre, Pyongyang aveva minacciato di punire tutti gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che avevano votato a favore della Risoluzione.

Il 16 gennaio, gli Stati Uniti, congiuntamente al Canada e ad altri 20 Paesi, avevano organizzato un incontro a Montreal per discutere l’imposizione di ulteriori sanzioni sul regime di Kim Jong-un. Mercoledì 7 febbraio, il vice-presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, aveva dichiarato che Washington avrebbe annunciato presto l’imposizione di nuove restrizioni contro la Corea del Nord.

Secondo quanto dimostrato da un resoconto pubblicato dall’Onu, tuttavia, il Paese nordcoreano avrebbe guadagnato circa 200 milioni di dollari dall’esportazione di carbone e altri beni vietati, violando le sanzioni imposte.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

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