Amnesty International: continua la pulizia etnica contro i Rohingya

Pubblicato il 8 febbraio 2018 alle 18:31 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Amnesty International ha pubblicato un comunicato di 7 pagine in cui afferma che le autorità del Myanmar stanno continuando a derubare, rapire e ridurre alla fame uomini, donne e bambini Rohingya, in modo da obbligarli a lasciare il Paese. Ad avviso dell’organizzazione umanitaria, la pulizia etnica contro la minoranza musulmana sta continuando senza sosta.

Dallo scorso agosto, sono circa 700.000 i Rohingya che sono fuggiti in Bangladesh per scappare dalla campagna militare portata avanti dall’esercito del Myanmar nello Stato di Rackhine. Tali offensive, secondo il governo di Naypyidaw, sono state una reazione ad una serie di attacchi contro stazioni di polizia di frontiera, compiuti dai militanti islamisti dell’Arakan Rohingya Salvation Army, organizzazione estremista che dichiara di difendere la minoranza musulmana. Le autorità del Myanmar sostengono che i Rohingya siano terroristi, mentre le testimonianze dei rifugiati in Bangladesh dimostrano che, in realtà, i soldati di Naypyidaw hanno effettuato una vera e propria pulizia etnica, come ha sostenuto dall’Onu.

Secondo quanto si legge dal documento di Amnesty International, i soldati del Myanmar derubano sistematicamente le famiglie Rohingya presso le postazioni di blocco, stuprano e torturano donne e bambine nei villaggi, cercando di diffondere quanto più terrore possibile per spingere coloro che si trovano ancora nello Stato di Rackhine ad andare via. Le testimonianze dei Rohingya, tuttavia, indicano che la motivazione principale per cui continuano a scappare è la mancanza di cibo, causata principalmente dalle forze di sicurezza locali, le quali stanno bloccando i rifornimenti e gli aiuti umanitari, spiega Amnesty International.

Il primo febbraio, è stato reso noto il ritrovamento di 5 fosse comuni con all’interno i corpi di circa 400 Rohingya. Le indagini indicano che i massacri sono venuti durante i mesi di agosto e settembre 2017, e che i soldati del Myanmar hanno cercato di non lasciare alcuna traccia, utilizzando l’acido per sciogliere i corpi. Tuttavia, a causa delle piogge, i resti dei cadaveri sotterrati sono riemersi.

Il 23 novembre 2017, il Bangladesh e il Myanmar hanno concluso un accordo che ha stabilito il rimpatrio di circa 750.000 Rohingya entro due anni dall’inizio delle operazioni. L’avvio delle procedure, fissato per il 23 gennaio 2018, è stato posticipato in quanto l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e le altre organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto ai due Paesi di rivalutare l’iniziativa. A loro avviso, è ancora troppo pericoloso far rimpatriare i Rohingya in Myanmar, dato che le autorità locali stanno continuando le offensive. Secondo l’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu, Zeid Ra’ad Al Hussein, i possibili atti di “genocidio e pulizia etnica” in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya potrebbero far scoppiare un conflitto nella regione, al di fuori dei confini del Paese asiatico.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.