Turchia: restituiremo Manbij agli arabi

Pubblicato il 7 febbraio 2018 alle 15:32 in Siria Turchia

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L’operazione militare nel territorio siriano di Manbij espellerà le People’s Protection Units (YPG) dalla città e la riconsegnerà ai “proprietari arabi originari”, secondo quanto riferito dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

Martedì 6 febbraio, in occasione della riunione del partito al governo, il Justice and Development Party (AKP), il presidente turco ha nuovamente esortato gli Stati Uniti a ritirare le truppe americane dalla città di Manbij, affermando che le forze turche sarebbero in procinto di ampliare la campagna militare nel territorio siriano. In particolare, il leader turco incolperebbe Washington per la presenza nell’area dei combattenti delle People’s Protection Units (YPG) e del Partito dell’Unione Democratica curdo (PYD), che Ankara considera parte del Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e paramilitare considerato illegale dalla Turchia. Da parte sua, il 29 gennaio, il comandante dello United States Central Command, il generale Joseph Votel, aveva già dichiarato che le truppe americane non si sarebbero ritirate da Manbij, dal momento che la città costituisce un punto strategico nel nord della Siria.

In tal senso, Erdogan ha dichiarato: “Obama non ha detto la verità. Trump è sulla stessa linea. Hanno affermato che si sarebbero ritirati da Manbij. Perché non vi ritirate? Chi avete portato nella città con voi? Il Partito dell’Unione Democratica curdo (PYD), le People’s Protection Units (YPG) e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Gli avete permesso di stabilirsi e di dirci di non entrare a Manbij. Noi entreremo a Manbij per restituirla ai suoi veri proprietari”. La Turchia considera i territori come Manbij un’area che originariamente era a maggioranza araba, il cui equilibrio etnico sarebbe stato sconvolto in favore dei curdi durante la guerra civile siriana, iniziata il 15 marzo 2011.

Il distretto di Manbij, situato nel governatorato di Aleppo, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, costituisce una postazione delle People’s Protection Units (YPG), considerate un alleato chiave dagli USA nella lotta contro l’ISIS, ma ritenute essere “terroristi” da Ankara. Recentemente, le autorità turche hanno annunciato che Manbij sarà il prossimo obiettivo che colpiranno, in seguito alla liberazione del distretto di Afrin dall’occupazione curda. In merito al territorio di Manbij, domenica 21 gennaio, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in occasione dell’incontro con il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, e il ministro degli Esteri, Ibrahim Al-Jafaari, aveva dichiarato: “I Terroristi a Manbij continuano ad aprire il fuoco. Attaccano le nostre truppe e l’esercito siriano libero (Esl) in un’area che si trova sotto il suo controllo dall’operazione Scudo dell’Eufrate. Se gli Stati Uniti non porranno fine a ciò, ci penseremo noi”.

L’operazione “Ramo d’Olivo” era stata lanciata sabato 20 gennaio, al fine di creare, all’interno del territorio siriano, una “zona sicura” di 30 km e di “liberare il territorio dal terrorismo”. Erdogan aveva minacciato di colpire militarmente Afrin dopo che, domenica 14 gennaio, la coalizione internazionale, a guida americana, aveva annunciato di stare lavorando con i propri alleati siriani per istituire una nuova Forza di Sicurezza di Confine (BDF), composta da 30 mila persone, la metà delle quali sarebbero state veterani della Syrian Democratic Forces (SDF).

In merito alla campagna militare turca nel distretto di Afrin, martedì 6 febbraio, Erdogan ha annunciato che l’operazione continuerà come era stato programmato e ha sottolineato che il numero di “terroristi delle People’s Protection Units (YPG) neutralizzati” ha già superato le 1.000 persone. In questo contesto, il presidente turco ha dichiarato: “Grazie ai passi che abbiamo fatto a Jarablus, 135.000 siriani sono riusciti a tornare nelle loro abitazioni. Il nostro obiettivo è quello di creare le condizioni necessarie per far sì che il popolo di Afrin torni nelle sue case. L’ho detto a Trump e Obama. Ci impegneremo a ricostruire e voi ci supporterete. Adesso vedremo la loro assistenza umanitaria”.

Infine, durante il discorso, Erdogan ha altresì affermato: “Coloro che mettono sullo stesso piano la Turchia e quelli che fanno i predoni con il pretesto della lotta contro l’ISIS, adesso, hanno iniziato a capire quale dei due è uno Stato e quale un gruppo di bande”. In tale occasione, il presidente turco ha aggiunto che la Turchia “ha sprecato gli ultimi due secoli con sacrifici e ha perso circa 5 milioni di km quadrati” del territorio che una volta era governato dall’impero Ottomani e ha sottolineato che, oggi, “le stesse potenze” considerano le dimensioni attuali del Paese “troppo per i turchi”. In tal senso, Erdogan ha dichiarato: “Ci hanno talmente tanto costretto che, alla fine, hanno svegliato un gigante dormiente. Dovrebbero saperlo, Il popolo turco sta avanzando verso una nuova epoca. Nessuno Stato o organizzazione internazionale può mettere in discussione il potere della Turchia”.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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