Italia: proteste contro Erdogan

Pubblicato il 5 febbraio 2018 alle 16:33 in Italia Turchia

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Esponenti della comunità curda in Italia hanno organizzato un sit-in di protesta, in occasione della visita di stato del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, nella capitale italiana.

Lunedì 5 febbraio, un uomo è rimasto ferito e due persone sono state fermate negli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, durante un sit-in di protesta, che è stato organizzato contro il presidente turco, il quale si trova in visita di stato a Roma. Erdogan era giunto nella capitale italiana nella serata di domenica 4 febbraio, per incontrare il primo ministro, Paolo Gentiloni, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e Papa Francesco. In merito all’incontro con il Santo Padre, in particolare, si tratterebbe della prima visita di un presidente turco al Vaticano in 59 anni.

Al momento, i manifestanti si trovano all’interno dei giardini di Castel Sant’Angelo e sono circondati dalle forze dell’ordine. Il sit-in di protesta si è tenuto nonostante le autorità italiane avessero imposto un divieto di 24 ore sull’organizzazione di manifestazioni, in vigore dalla serata di domenica 4 febbraio. Al fine di mantenere la calma nella capitale italiana, le autorità italiane avevano altresì schierato 3.500 poliziotti.

Le manifestazioni contro Erdogan sarebbero state organizzate dalla Rete Kurdistan Italia, in risposta alla linea politica dura adottata dal presidente turco nei confronti dei curdi, che si trovano nel territorio siriano e iracheno. In Siria, il 20 gennaio, Ankara aveva lanciato l’operazione Ramo d’Olivo contro le People’s Protection Units (YPG), che la Turchia considera parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e paramilitare curdo ritenuto illegale dal Paese. In Iraq, il 21 gennaio, in occasione di un incontro tra il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, e il ministro degli Esteri, Ibrahim Al-Jafaari, Ankara e Baghdad avevano stretto un accordo, mirato a contrastare i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel territorio iracheno, attraverso un’operazione congiunta nel distretto di Sinjar, situato nel nord dell’Iraq, al confine con la Siria. Il 29 gennaio, lo Stato Maggiore turco aveva dichiarato di aver “neutralizzato” almeno 49 “terroristi del PKK” in due raid aerei, all’interno del territorio iracheno, che sarebbero stati condotti all’interno dell’operazione Ramo d’Olivo.

Il presidente turco considera le People’s Protection Units (YPG) una minaccia nei confronti della stabilità e della sicurezza dei propri confini. In tal senso, il giorno precedente al lancio della campagna militare nel distretto di Afrin, il 19 gennaio, il ministro della Difesa turco, Nurettin Canikli, aveva dichiarato: “Il livello della minaccia contro la Turchia sta aumentando di giorno in giorno. Questa operazione verrà condotta e combatteremo il terrorismo”. La minaccia di colpire militarmente Afrin era giunta dopo che, domenica 14 gennaio, la coalizione internazionale, a guida americana, aveva annunciato di stare lavorando con i propri alleati siriani per istituire una nuova Forza di Sicurezza di Confine (BDF), composta da 30 mila persone, la metà delle quali sarebbero state veterani della Syrian Democratic Forces (SDF). Ankara aveva definito tale programma “inaccettabile” e, il giorno successivo, il 15 gennaip, aveva iniziato a potenziare le proprie truppe al confine con la Siria, inviando alcuni convogli militari nel territorio meridionale del Paese, al fine di “liberare il territorio dal terrorismo”.

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Redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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