Yemen: torna la calma ad Aden

Pubblicato il 2 febbraio 2018 alle 6:02 in Medio Oriente Yemen

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Le delegazioni militari e della sicurezza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono incontrate nella città yemenita di Aden per porre fine agli scontri che hanno infiammato la città di Aden negli ultimi giorni.

In un comunicato congiunto, emanato giovedì 1 febbraio, la coalizione araba, a guida saudita, che sostiene il governo del presidente destituito, ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale, Rabbo Mansour Hadi, nella guerra civile yemenita, ha sottolineato che la situazione di Aden si è stabilizzata e che tutte le parti si impegnano a garantire la sicurezza e la stabilità dello Yemen, al fine di evitare il caos e di risolvere i disaccordi interni. Il documento ha altresì ribadito che gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un obiettivo comune e sostengono il popolo yemenita, di conseguenza si sono impegnate ad aiutare le varie parti a riconciliarsi.

L’incontro si era tenuto mercoledì 31 gennaio, dopo che, il giorno precedente, martedì 30 gennaio, i separatisti, fedeli al Consiglio transitorio meridionale, erano riusciti a prendere il controllo della città di Aden, che si trova sulla costa orientale dello Yemen e si affaccia sul Mar Rosso, relegando il governo del presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, nel palazzo presidenziale della città. Il Consiglio transitorio meridionale è un’organizzazione secessionista dello Yemen formato dal Movimento Meridionale, un un’organizzazione politica e paramilitare attiva nell’ex Yemen del Sud, che, dal 2007, anno della sua fondazione, chiede l’indipendenza del territorio meridionale del Paese. Dopo lo scoppio della guerra civile in Yemen, nel marzo 2015, le forze separatiste si erano alleate con quelle del presidente Hadi.

Aden era la capitale dello Yemen del Sud, prima che le due aree del Paese venissero unite, il 22 maggio 1990. La città costituisce la sede del governo di Hadi e la capitale de facto dello Yemen, da quando la capitale ufficiale yemenita, Sanaa, era stata conquistata dalle forze dei ribelli il 21 settembre 2014.

Gli scontri tra le forze fedeli ad Hadi e i separatisti si erano intensificati domenica 28 gennaio e, nel giro di 4 giorni, hanno causato la morte di 87 persone e il ferimento di altre 312. Mercoledì 31 gennaio, L’Agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha parlato di “calma cauta”, riferendosi alla fine dei combattimenti nell’area, tuttavia, ha sottolineato che le navi non sono ancora in grado di attraccare ad Aden, che è una delle città portuale più importanti del Paese.

Oltre alla battaglia tra i separatisti e le forze del presidente Hadi, in Yemen è in corso, da quasi 3 anni, una guerra civile, nella quale si contrappongono due fazioni che rivendicano la legittimità del potere. Da un lato, gli Houthi, un gruppo zaidita sciita, sostenuto dall’Iran, e dall’altro le forze del governo di Hadi. Il 26 marzo 2015, nel conflitto è entrata anche la coalizione araba, a guida saudita, che sostiene il presidente yemenita e comprende, oltre all’Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Kuwait, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, sono i Paesi che contribuiscono maggiormente alla coalizione.

Gli scontri tra le forze del presidente Hadi e i separatisti avevano aperto un nuovo fronte nella guerra civile yemenita. Gran parte delle forze dei separatisti, che, sin dall’inizio della guerra civile, avevano combattuto a fianco di Hadi, erano state reclutate nelle unità delle forze speciali, addestrate dagli Emirati Arabi Uniti per combattere Al-Qaeda. Nel Paese è particolarmente attivo il gruppo Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), un’organizzazione terroristica islamista, affiliata ad Al-Qaeda. Il gruppo, considerato dagli Stati Uniti il ramo più pericoloso di Al-Qaeda a livello mondiale, è responsabile della pianificazione di numerosi attacchi terroristici contro obiettivi occidentali, tra i quali l’attentato contro la sede di Charlie Hebdo, che ha colpito Parigi il 7 gennaio 2015.

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Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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