Costa Rica verso il voto: il peso della religione

Pubblicato il 1 febbraio 2018 alle 6:01 in America Latina America centrale e Caraibi

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Una forte reazione conservatrice sta scuotendo il Costa Rica a pochi giorni dal voto presidenziale e legislativo previsto per il 4 febbraio prossimo. La radicalizzazione del conservatorismo religioso ha causato l’ascesa nei sondaggi di un predicatore evangelico che potrebbe persino andare al ballottaggio.

Causa dell’esacerbata difesa dei “valori cristiani” è la sentenza della Corte Interamericana dei diritti umani, che lo scorso 9 gennaio ha ordinato a tutti i paesi membri di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se i difensori dei diritti umani hanno accolto la sentenza come un’ottima notizia, per il governo di San José si è rivelato un boomerang che ha sconvolto l’apatica corsa alla successione a Luis Guillermo Solís.

L’Università del Costa Rica parla di “shock religioso” che ha unito la Chiesa Cattolica tradizionalmente maggioritaria nel paese che gode dello status di religione di stato del paese, alle minoranza protestanti di varia osservanza.

La Chiesa e le diverse congregazioni protestanti sono riuscite ad attivare i fedeli costringendo i candidati alle presidenziali ad inscenare una svolta conservatrice finora assente dal dibattito elettorale. Un’ingerenza tale che il Tribunale supremo per le Elezioni ha emesso una sentenza in cui si invitano le autorità cattoliche e protestanti a sospendere manifestazioni elettorali, mentre i magistrati studiano le diverse denunce per la violazione del divieto di utilizzare la religione a scopi politici, come previsto dalla Costituzione.

La maggioranza della popolazione (i due terzi secondo i sondaggi) respinge l’idea di legalizzare il matrimonio omosessuale, e allo stesso modo si sono espressi quasi tutti i 13 candidati alla presidenza.

A sfruttare lo “shock religioso” è Fabricio Alvarado, che è passato dal 3% al 17% nelle intenzioni di voto. Portavoce del discorso più conservatore in difesa della famiglia tradizionale, questo predicatore evangelico, unico deputato del partito confessionale protestante Restauración Nacional, è riuscito a fare breccia nell’elettorato cattolico (il 77% dei costaricani), appellandosi ai dogmi della Chiesa Cattolica.

Alvarado ha proposto anche il ritiro del Costa Rica dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che ha sede proprio a San José. I critici del predicatore-candidato temono l’ascesa del conservatorismo duro e puro per la mancanza di visione sui reali problemi del paese: crisi fiscale, disoccupazione, insicurezza e aumento delle diseguaglianze sociali, che minacciano il modello di società di cui i costaricani vanno orgogliosi e che garantisce al paese standard di molto superiori a quelli dei turbolenti vicini.

Alvarado ha rubato la scena al telegenico Juan Diego Castro, avvocato e fustigatore della corruzione, critico nei confronti dell’establishment di un paese noto per la sua stabilità politica ed economica. Castro, già Gran Maestro della Loggia Massonica del Costa Rica, promette lotta senza quartiere a corruzione delinquenza, ma promette di “far rispettare la vita e i valori cattolici che abbiamo inculcati”.

Posizioni simili ha espresso Antonio Álvarez Desanti, impresario bananiere e candidato del Partito Liberale Nazionale, il più antico e grande del paese, ora terzo nei sondaggi dopo Alvarado e Castro. Álvarez Desanti, fino a poco tempo fa fautore dell’estensione dei diritti umani nel paese, anche in temi sensibili per i religiosi, ora enfatizza il suo sostegno alla famiglia tradizionale, condanna l’aborto e la teoria gender e fa appello al voto più conservatore.  

L’unico candidato che si oppone all’ondata conservatrice è Carlos Alvarado, del Partido Acción Ciudadana, oggi al governo. Ad oggi è accreditato di appena il 6% dei voti, non solo per lo “shock religioso” ma anche per la perdita di credibilità del governo di Luis Guillermo Solís, coinvolto da scandali di corruzione e ritenuto incapace di porre un freno all’aumento della delinquenza nel paese.

Con il 27% di indecisi e la proliferazione delle candidature, è difficile che il 4 febbraio venga eletto il prossimo presidente del Costa Rica (è necessario superare il 40% dei voti al primo turno). Nel caso un ballottaggio è previsto per il 1 aprile, domenica di Pasqua. I 57 deputati del parlamento di San José al contrario saranno eletti tutti il 4 febbraio prossimo e tutto lascia supporre un’assemblea a forte predominanza conservatrice.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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