Siano maledetti i tuoi soldi! I palestinesi contro Trump

Pubblicato il 31 gennaio 2018 alle 13:52 in Il commento Palestina

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Trump aveva riconosciuto Gerusalemme quale capitale d’Israele. “La mia decisione – aveva assicurato – avvicinerà la pace” che, invece, si è allontanata. Il leader dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha dichiarato di non fidarsi più degli Stati Uniti, a cui non riconosce il ruolo di mediatore. Trump ha tuonato che taglierà tutti i finanziamenti americani all’Autorità nazionale palestinese, se Abbas non accetterà di sedersi al tavolo delle trattative con Netanyahu. “Che i tuoi soldi siano maledetti”, ha replicato Mahmoud Abbas domenica 14 gennaio, durante un discorso di due ore al Consiglio centrale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina a Ramallah, in Cisgiordania, a cui il “New York Times” ha dato il massimo risalto. Se davvero resterà senza i dollari americani, l’Autorità nazionale palestinese, anziché restare a guardare la propria fine, cercherà un nuovo finanziatore. In politica internazionale vale il detto: “Perso un donatore, se ne cerca un altro”. L’Iran, il più grande nemico d’Israele e degli Stati Uniti, ha un grande interesse a diventare il punto di riferimento di tutti i palestinesi. Al momento, lo è soltanto di una parte, Hamas, ma aspira all’egemonia. Abbas e i suoi uomini, che rappresentano l’anima moderata del movimento palestinese, potrebbero radicalizzarsi. D’altronde, maledire i dollari americani, un tempo benedetti, è già una forma di radicalizzazione. Lo scontro piace ad Hamas e, ovviamente, all’Iran, che ha sempre negato che gli Stati Uniti fossero imparziali. Sia detto chiaramente: la decisione di Trump di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è il peggior rovescio politico che Abbas potesse subire. 

Per quanto significativo, lo scontro tra Trump e Abbas è stato superato da un avvenimento ancor più importante. Parliamo dell’avvio dei bombardamenti della Turchia contro le milizie curde ad Afrin, nel nord della Siria. Siccome tali milizie sono armate dagli Stati Uniti, il conflitto sostanziale non è più tra turchi e curdi, ma tra due fronti: quello turco e quello curdo-americano. La Turchia fa parte della Nato: non occorre aggiungere altro per chiarire la rilevanza della questione. A differenza dello scambio tra Abbas e Trump, puramente retorico, quello tra Trump ed Erdogan ha assunto la forma della sfida militare, rendendo evidenti tensioni “molto profonde”, come le ha definite la CNN. Ricostruiamo i fatti.

Quando scoppiò la guerra civile in Siria, il 15 marzo 2011, gli Stati Uniti, allora guidati da Obama, iniziarono a finanziare i ribelli siriani per rovesciare Bassar al Assad e sostituirlo con un presidente filo-americano. L’attualità è nota: Assad è rimasto al potere, grazie all’intervento militare di Russia, Iran e milizie sciite di Hezbollah. Il problema è che gli Stati Uniti hanno investito molto per finanziare i ribelli siriani e adesso vogliono ottenere qualcosa per dare un senso a una spesa che include anche i dollari per schiacciare lo Stato Islamico. L’idea di Trump è di acquisire il controllo di una porzione della Siria al confine con la Turchia. L’unico modo per riuscire nell’impresa è quello di creare una sorta di Stato curdo che, essendo debolissimo e circondato da nemici, cadrebbe sotto la protezione e il controllo degli Stati Uniti.  

La Turchia si oppone furiosamente al progetto di Trump perché reputa che i curdi siano responsabili di numerosi attentati terroristici contro il suolo patrio e perché teme che possano espandersi a spese del territorio turco. Entrando ad Afrin, Erdogan ha inviato un duro messaggio agli Stati Uniti accompagnato da dichiarazioni altrettanto determinate. Trump ha chiesto a Erdogan quando avrebbe ritirato i soldati turchi dal nord della Siria ed Erdogan ha chiesto a Trump quando avrebbe ritirato i circa duemila soldati americani. I due si sono telefonati mercoledì 24 gennaio, senza trovare un accordo. Trump ha invitato Erdogan a interrompere i bombardamenti avvisandolo che potrebbe verificarsi un incidente militare tra l’esercito turco e quello americano che operano nella stessa area della Siria; Erdogan ha replicato che il modo migliore per evitare un simile rischio è che gli Stati Uniti la smettano di armare i curdi al confine con la Turchia. Putin, che ambisce a determinare la fuoriuscita della Turchia dal blocco occidentale, gioisce.

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Quest’articolo è stato pubblicato nella rubrica Atlante di Alessandro Orsini che appare sul Messaggero tutte le domeniche.

di Alessandro Orsini

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