Afrin: i curdi si stanno riposizionando nel nord della Siria

Pubblicato il 31 gennaio 2018 alle 17:49 in Siria USA e Canada

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Le Syrian Democratic Forces (SDF) hanno iniziato a ricollocare le forze nel distretto di Afrin, situato nel nord della Siria, al confine con la Turchia, in risposta all’operazione “Ramo d’Olivo”, secondo quanto riferito da un portavoce del Pentagono, Adrian Rankine-Galloway.

Martedì 30 gennaio, il portavoce del Pentagono ha riferito al quotidiano turco Hurriyet Daily News: “Siamo consapevoli che le Syrian Democratic Forces hanno riposizionato alcune forze in risposta alle recenti tensioni, nonostante ciò non sia sotto la direzione della coalizione”. Rankine-Galloway non ha fornito ulteriori dettagli in merito al luogo del riposizionamento, ma ha dichiarato che “questi movimenti delle forze non vengono condotti sotto la direzione o con il supporto della coalizione” internazionale, a guida americana, che combatte in Siria e in Iraq.  

Le Syrian Democratic Forces costituiscono un partner fondamentale degli Stati Uniti in Iraq e in Siria, in particolare nella lotta contro lo Stato Islamico, nonostante la Turchia si sia sempre opposta a tale alleanza. Ankara considera le Syrian Democratic Forces parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e paramilitare curdo attivo in Turchia e nel nord dell’Iraq e ritenuto illegale dalla Turchia. Oltre a ciò, la Turchia teme che se i curdi ottenessero l’autonomia nel nord della Siria, tale conquista potrebbe galvanizzare la popolazione curda che risiede in territorio turco.

Lo stretto legame tra Washington e le milizie curde è stato causa di tensioni tra gli Stati Uniti e la Turchia, che ha sempre chiesto a Washington di interrompere il sostegno alle Syrian Democratic Forces. I contrasti sono aumentati nelle ultime settimane, in particolare dopo che domenica 14 gennaio, la coalizione internazionale, a guida americana, aveva annunciato di stare lavorando con i propri alleati siriani per istituire una nuova Forza di Sicurezza di Confine (BDF), composta da 30 mila persone, la metà delle quali sarebbero state veterani della Syrian Democratic Forces (SDF). Ankara ha definito tale programma “inaccettabile”, dal momento che la Turchia considera le Syrian Democratic Forces parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e paramilitare curdo attivo in Turchia e nel nord dell’Iraq e ritenuto illegale dalla Turchia. Per tutta risposta, il 20 gennaio, Ankara aveva lanciato l’operazione “Ramo d’Olivo”, con l’obiettivo di creare, all’interno del territorio siriano, una “zona sicura” di 30 km.

In merito al ruolo degli Stati Uniti in Siria, Rankine-Galloway ha dichiarato: “Siamo impegnati totalmente nel collaborare con il nostro alleato turco per ridurre le tensioni nel territorio di confine turco-siriano e per garantire la sconfitta duratura dello Stato Islamico” e ha aggiunto: “Stiamo monitorando attentamente la situazione nel nord-ovest della Siria. La Turchia è legittimamente preoccupata e ha l’esigenza di rendere sicuri i confini. Crediamo che la presenza delle forze americane stia contribuendo a calmare e discussioni sulla violenza, che potrebbero destabilizzare la situazione in un periodo critico per la popolazione locale, al fine di stabilire la sicurezza contro qualsiasi rinascita dell’ISIS o di un’ideologia terroristica”.

Parlando del sostegno degli Stati Uniti nei confronti delle truppe curde, il portavoce del Pentagono ha affermato: “La nostra partnership con le Syrian Democratic Forces si limita all’obiettivo delle operazioni mirate a sconfiggere l’ISIS. Le forze curde che sono impegnate contro quelle turche nei pressi del distretto di Afrin non sono affiliate ad alcuna coalizione internazionale, di nessun tipo”.

Il 21 gennaio, in occasione dell’incontro tra il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, e il ministro degli Esteri, Ibrahim Al-Jafaari, Ankara aveva affermato che il distretto di Manbij, situato nel governatorato di Aleppo, nel nord della Siria, avrebbe rappresentato la prossima fase dell’offensiva turca contro i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il 29 gennaio, il generale Joseph Votel, comandante dello United States Central Command, aveva dichiarato che le truppe americane non si sarebbero ritirate da Manbij, che rappresenta un territorio strategico nel nord della Siria.

In merito al distretto di Manbij, il portavoce del Pentagono ha dichiarato: “L’unica relazione ufficiale che la coalizione ha a Manbij è quella con il Manbij Military Council, una forza a maggioranza araba, schierata con le Syrian Democratic Forces, che era stata creata per contrastare l’ISIS. La nostra principale partnership con le Syrian Democratic Forces si limita alle operazioni e alle attività che svolgono per sconfiggere lo Stato Islamico”.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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