Afrin: i curdi perdono alcune postazioni

Pubblicato il 29 gennaio 2018 alle 13:46 in Siria Turchia

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Le truppe turche hanno strappato una postazione strategica ai curdi, nel nono giorno dell’operazione “Ramo d’Olivo”.

In un comunicato, emanato domenica 28 gennaio, il Capo di Stato Maggiore turco, il generale Hulusi Akar, ha annunciato che le sue truppe, in collaborazione con l’Esercito Siriano Libero (Esl), hanno preso possesso del monte Bursaya, una postazione strategica curda situata nel nord della Siria, all’interno dell’operazione “Ramo d’Olivo”. In tale contesto, Akar ha sottolineato che la campagna militare turca nel territorio siriano starebbe “continuando con successo come programmato”.

Il monte Bursaya si trova in una posizione strategica, dal momento che si affaccia sul territorio di Kilis, situato a sud della Turchia, e su quello di Azaz, che si trova nel nord-ovest della Siria. Secondo quanto riferito dall’esercito turco, in passato, i militanti delle Peolple’s Protection Units (YPG) avrebbero utilizzato tale postazione per colpire i civili nel centro della provincia turca di Kilis, attraverso il lancio di missili e colpi di mortaio. I soldati turchi fanno riferimento al fatto che, il 24 gennaio, 2 civili erano stati uccisi e altri 6 erano rimasti feriti in un attacco che aveva colpito una moschea, situata nella provincia turca di Kilis.

L’operazione “Ramo d’Olivo” era stata lanciata sabato 20 gennaio, al fine di liberare il distretto di Afrin dal terrorismo e di creare, all’interno del territorio siriano, una “zona sicura” della profondità di 30 km. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva minacciato di colpire militarmente Afrin dopo che, domenica 14 gennaio, la coalizione internazionale, a guida americana, aveva annunciato di stare lavorando con i propri alleati siriani per istituire una nuova Forza di Sicurezza di Confine (BDF), composta da 30 mila persone, la metà delle quali sarebbero state veterani della Syrian Democratic Forces (SDF). Ankara aveva definito tale programma “inaccettabile”, dal momento che la Turchia considera le Syrian Democratic Forces parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e paramilitare curdo attivo in Turchia e nel nord dell’Iraq e ritenuto illegale dalla Turchia. 

Il 27 gennaio, la Turchia aveva riferito che gli Stati Uniti avevano promesso di smettere di fornire armi alle milizie curde in Siria. In tale occasione, Ankara aveva altresì chiesto a Washington di ritirare immediatamente le sue truppe dalla città siriana di Manbij, uno degli obiettivi delle forze armate turche nell’offensiva di Afrin, la regione di frontiera siriana. Da parte sua, il Dipartimento di Stato americano non aveva rilasciato commenti né sulla questione degli armamenti all’Unità di Protezione Popolare curda, né sul ritiro delle truppe da Manjib.

Il distretto di Manbij, situato nel governatorato di Aleppo, nel nord della Siria, vicino alla riva occidentale del fiume Eufrate, costituisce una postazione strategica per le People’s Protection Units (YPG). La Turchia considera questo territorio il prossimo obiettivo da colpire, dopo la liberazione del distretto di Afrin dall’occupazione curda. In tal senso, il ministro degli Esteri turco ha dichiarato: “I terroristi a Manbij continuano ad aprire il fuoco. Attaccano le nostre truppe e l’esercito siriano libero (Esl) in un’area che si trova sotto il suo controllo dall’operazione Scudo dell’Eufrate. Se gli Stati Uniti non porranno fine a ciò, ci penseremo noi”.

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Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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