Rep. Dem. Del Congo: il presidente smentisce violenze contro i manifestanti

Pubblicato il 27 gennaio 2018 alle 10:02 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, ha respinto le accuse che incolpano le forze governative di aver represso con la violenza le manifestazioni a favore della democrazia e contro la sua ricandidatura illegittima.

Nel pomeriggio di venerdì 26 gennaio, all’indomani delle proteste contro la ricandidatura del presidente, sfociate domenica 21 gennaio nella morte di 6 manifestanti nel corso dei disordini cittadini e degli scontri con le forze governative, Kabila ha tenuto una conferenza stampa in cui ha accusato i dimostranti di aver appiccato incendi dolosi e attaccato le forze dell’ordine. Il colloquio con i giornalisti si è tenuto presso il palazzo presidenziale a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. Citando le parole proferite dal presidente congolese durante l’intervista – la prima rilasciata da Kabila negli ultimi sei anni di mandato – il capo di Stato del Paese centroafricano ha affermato di non essere contrario alle manifestazioni pacifiche degli oppositori politici, purché chi protesta non intenda ardere oggetti e attentare alla vita dei poliziotti.
Durante la conferenza stampa, Kabila non ha fatto riferimento a una plausibile data delle nuove elezioni presidenziali del Paese. Incalzato dai giornalisti, ha rimesso la questione alla commissione elettorale nazionale (CENI).

La mancata chiamata alle urne è il fattore scatenante del fermento nazionale delle ultime settimane. Infatti il secondo mandato del capo di Stato, che è in carica dal gennaio 2001, è terminato a dicembre 2016. In quel frangente, Kabila si è rifiutato di cedere il potere, dichiarando di voler rimanere al governo per il terzo mandato. Da allora si sono accese tensioni in tutto il territorio nazionale. Nello stesso mese, venne firmato un accordo con i leader dell’opposizione che stabiliva l’organizzazione di nuove elezioni entro la fine del 2017. Tale data, tuttavia, è stata rimandata al 23 dicembre 2018, e a oggi non è ancora stato fissato il giorno in cui i cittadini andranno a votare per designare il successore di Kabila. Il presidente – in carica dalla morte del padre, che è stato a sua volta presidente – ha finora respinto ogni accusa dell’opposizione, secondo la quale il leader congolese sta tentando di restare al potere più a lungo che può. C’è anche chi lo accusa di voler cambiare la costituzione del Paese per potergli permettere di espletare un terzo mandato, come hanno fatto i leader dei vicini Uganda, Ruanda e Repubblica del Congo; in tal proposito, Kabila non si è mai pronunciato né per confermare né per smentire tali timori.

Il rifiuto di Kabila a dimettersi ha inoltre incoraggiato l’operato di gruppi di ribelli armati presenti sul territorio, e ha causato tensioni con l’operazione di peacekeeping dell’Onu operante nel Paese africano, MONUSCO. Tale missione delle Nazioni Uniti è già intervenuta più volte per difendere il governo dagli attacchi dei ribelli, ma si è recentemente trovata a dover difendere civili dalle forze governative nel contesto delle sommosse contro il presidente. In tal proposito, Kabila ha affermato che nei giorni a venire intende far luce sulle relazioni tra governo congolese e MONUSCO, dicendosi speranzoso che la missione non consideri la Repubblica Democratica del Congo come un Paese che rientra sotto la tutela e la sfera gestionale dell’Onu.

Domenica 21 gennaio, le forze dell’ordine, nel tentativo di sedare le sommosse dilagate nella città di Kinshasa e fomentate dalla Chiesa cattolica locale, hanno fatto fuoco sulla folla; gli scontri con la polizia sono degenerati nella morte di sei manifestanti. La conferenza stampa di venerdì 26 gennaio si è svolta dopo che, in seguito alla repressione di domenica, le proteste nella capitale si sono infervorate e sono andate avanti per tutta la settimana.

La crescente ondata di proteste ha destato l’attenzione di numerose potenze occidentali quali Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Belgio – di quest’ultimo Paese lo Stato africano era un possedimento coloniale – che si sono uniti nel condannare l’incostituzionalità della condotta di Kabila. Il 2 gennaio, anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha chiesto a Kabila di dimettersi pacificamente. La richiesta è stata formulata in seguito alla morte di 7 persone e all’arresto di oltre 120, domenica 31 dicembre 2017, nel corso delle proteste contro il leader congolese. In tale data, alcuni manifestanti di fede cattolica si erano riuniti a Kinshasa e in altre città del Paese per protestare contro il presidente, chiedendo le sue dimissioni.

Da più di un anno, violenze e scontri dilagano in tutta la Repubblica Democratica del Congo, acuendo la carenza di sicurezza nell’est del Paese, che per anni è stato caratterizzato da conflitti etnici, fomentati dalle rivalità per il controllo sulle risorse minerarie. Le tensioni hanno altresì sparso violenza anche nella regione centrale di Kasai, che era stata sempre relativamente pacifica. I disordini hanno inoltre indotto oltre 1 milione e mezzo di congolesi ad abbandonare le proprie case, mentre sono morti più di 300.000 da ottobre 2017 a oggi. I profughi interni alla Repubblica Democratica del Congo ammontano a 3,8 milioni, di cui 7,3 milioni necessitano di assistenza umanitaria. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ritiene necessari 75 milioni di dollari per assistere le comunità che hanno accolto i congolesi sfollati, in particolare nelle province di North e South Kivu, Tanganyiaka e Kasai.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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