Stati Uniti: Gerusalemme è fuori dal tavolo delle trattative

Pubblicato il 26 gennaio 2018 alle 13:31 in Palestina USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato di interrompere l’erogazione degli aiuti per l’assistenza economica e di sicurezza ai palestinesi se non acconsentiranno a prendere parte ai negoziati di pace. Dura la risposta del presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.

Giovedì 25 gennaio, in occasione dell’incontro con il primo ministro, Benjamin Netanyahu, che si è tenuto a Davos, in Svizzera, a margine del Forum economico mondiale, il presidente americano ha dichiarato: “Perché dovremmo fare qualcosa per loro, quando loro non fanno niente per noi?”, sottolineando che i palestinesi starebbero “mancando di rispetto” agli Stati Uniti. In tale occasione, Trump ha sottolineato che Washington fornisce ai palestinesi “centinaia di milioni di dollari all’anno” e ha dichiarato: “Questi soldi sono sul tavolo e non andranno a loro a meno che non si siedano e negozino la pace. Posso dirvi che Israele vuole fare la pace e che anche i palestinesi dovranno volere la pace, altrimenti non avremo più niente a che fare con loro d’ora in avanti”.

Trump fa riferimento al fatto che, il 14 gennaio, in occasione dell’incontro dei leader del Consiglio Centrale palestinese, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, aveva dichiarato che non avrebbe accettato che gli Stati Uniti svolgessero il ruolo di mediatore nei negoziati di pace tra Israele e il popolo palestinese e aveva definito gli sforzi di pace del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, come “lo schiaffo del secolo”. Abbas aveva già chiarito la propria posizione in merito al ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace israelo-palestinese il 22 dicembre 2017, durante una conferenza stampa congiunta con il proprio omologo francese, Emmanuel Macron. In tale occasione, il presidente palestinese aveva affermato che non avrebbe più considerato Washington un partecipante onesto alle trattative di pace con Israele, pertanto il ruolo del governo statunitense come mediatore nel processo non sarebbe più stato accettato. Abbas faceva riferimento a un piano di pace che gli Stati Uniti starebbero sviluppando da qualche mese, nonostante non siano stati divulgati i dettagli.

Durante l’incontro con Netanyahu, Trump ha altresì rimproverato i leader palestinesi di aver “mancato di rispetto al vice presidente americano, Mike Pence”, rifiutandosi di incontrarlo durante la sua visita in Medio Oriente. Nei giorni scorsi, Pence si era recato in visita ufficiale in Medio Oriente e, in particolare, in Egitto, Giordania e Israele.

Il presidente americano ha altresì dichiarato: “Abbiamo tolto Gerusalemme dal tavolo delle trattative, quindi non ne vogliamo più parlare. Vedremo cosa succederà con il processo di pace, ma è necessario che venga mostrato rispetto agli Stati Uniti, altrimenti non andremo avanti”.

Le tensioni tra gli Stati Uniti e il popolo palestinese sono aumentate da quando il presidente americano ha annunciato ufficialmente, il 6 dicembre 2017, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata degli Stati Uniti.

Da parte sua, il leader dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, attraverso il proprio portavoce, Nabil Abu Rudeineh, ha risposto alle dichiarazioni dell’omologo americano, affermando: “Questa politica di minacce non funzionerà con il popolo palestinese” e ha aggiunto: “La questione di Gerusalemme è una questione sacra, è la chiave della guerra e della pace nella regione. Non può essere comprata o venduta neanche per tutto il denaro del mondo. Se Gerusalemme è fuori dal tavolo delle negoziazioni, lo sono anche gli Stati Uniti”.

Anche il rappresentante palestinese presso le Nazioni Unite, Riad Mansour, ha risposto alle parole di Trump, dichiarando che “oggi, il mondo sta assistendo all’insulto del popolo palestinese e all’offuscamento della sua identità”. In tal senso, Mansour ha affermato che “la dignità del popolo palestinese non può essere annullata dalle minacce, dalle intimidazioni o dalle azioni punitive”.

Il rappresentante palestinese all’ONU ha altresì definito la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele “provocatoria, falsa e in contraddizione diretta rispetto alla Carta e alle risoluzioni delle Nazioni Unite su tale questione”.

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Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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