Palestina: Erekat svela alcuni dettagli dell’accordo del secolo

Pubblicato il 25 gennaio 2018 alle 11:43 in Israele Palestina

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Il capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Saeb Erekat, ha rivelato, in un report preparato per l’ultima riunione del Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che si è tenuta la scorsa settimana, alcuni dettagli del cosiddetto accordo del secolo, proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per porre fine al conflitto israelo-palestinese.

Secondo quanto riferito da Erekat, il patto proporrebbe la creazione di uno Stato di Palestina smilitarizzato, in cui Israele manterrebbe una presenza lungo le rive del fiume Giordano e in alcuni luoghi strategici in Cisgiordania, al fine di garantire la sicurezza dei cittadini israeliani che risiedono nel territorio. L’accordo includerebbe altresì la creazione di un corridoio sottoposto al controllo di Israele, tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nonostante Israele mantenga il controllo della sicurezza nel territorio, ai palestinesi verrebbe destinata la gestione di alcune parti dell’aeroporto di Ben Gurion e dei porti di Haifa e Ashdod.  

Oltre a ciò, Israele avrebbe come capitale una “Gerusalemme unita”. Ciò significa che la Città Santa includerebbe sia l’area occidentale sia quella orientale, di conseguenza la futura capitale palestinese sarebbe Abu Dis, un sobborgo di Gerusalemme est, che verrebbe separata dalla Città Santa. Infine, Israele annetterebbe al proprio territorio il 10% della Cisgiordania, ovvero il territorio in cui si trovano gli insediamenti israeliani.

Da parte sua la Casa Bianca ha ufficialmente smentito le informazioni presenti nel documento. In tal senso, un funzionario americano ha dichiarato: “È un peccato che alcune parti stiano cercando di influenzare negativamente il popolo contro il nostro piano, che non è ancora completo e che i palestinesi non hanno ancora visionato. Tale documento è falso e i palestinesi non dovrebbero basare la propria reazione, pubblica o privata, su di esso. Nel frattempo, noi continuiamo a lavorare sodo sul vero progetto di accordo, di cui beneficeranno entrambe le parti”.

Domenica 14 gennaio, durante un incontro dei leader del Consiglio Centrale palestinese, che si era riunito per discutere la decisione del presidente americano di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele, annunciata ufficialmente il 6 dicembre 2017, il presidente palestinese aveva ribadito che non avrebbe accettato che gli Stati Uniti svolgessero il ruolo di mediatore nei negoziati di pace tra Israele e il popolo palestinese e aveva chiesto che venisse avviato un processo guidato dalla comunità internazionale. Abbas aveva già chiarito la propria posizione in merito al ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace israelo-palestinese il 22 dicembre 2017, in occasione di una conferenza stampa congiunta con il proprio omologo francese, Emmanuel Macron. In tale occasione, il presidente palestinese aveva affermato che non avrebbe più considerato Washington un partecipante onesto alle trattative di pace con Israele, pertanto il ruolo del governo statunitense come mediatore nel processo non sarebbe più stato accettato. Abbas faceva riferimento a un piano di pace che gli Stati Uniti starebbero sviluppando da qualche mese.

Qualche giorno dopo, lunedì 22 gennaio, in occasione dell’incontro con i ministri degli Esteri europei, Abbas aveva chiesto all’unione europea di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, in risposta al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte del presidente americano.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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