Giulio Regeni: due anni dalla scomparsa

Pubblicato il 25 gennaio 2018 alle 15:15 in Egitto Italia

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Il 25 gennaio 2018 ricorre il secondo anniversario della scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore italiano di 28 anni della Cambridge University che si trovava al Cairo, in Egitto, per compiere alcune ricerche sui sindacati egiziani. Il 3 febbraio 2017, il suo cadavere venne ritrovato in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria, poco fuori dalla capitale. L’autopsia rivelò che il ragazzo era stato torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri furono uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali riferirono di aver trattenuto Regeni il giorno in cui sparì. Da più di un anno, sui media italiani e americani avanzano il sospetto secondo cui i responsabili dell’assassinio sarebbero i servizi segreti egiziani.

In seguito alla morte di Regeni, l’8 aprile 2016, il governo italiano richiamò in patria il proprio ambasciatore al Cairo, interrompendo temporaneamente tutti i rapporti diplomatici con l’Egitto. Il 14 agosto 2017, l’Italia ha poi annunciato il ritorno del proprio ambasciatore nel Paese africano, dopo 15 mesi dall’uccisione di Regeni. In tale occasione, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha sottolineato che la ripresa dei rapporti diplomatici con l’Egitto non avrebbe in alcun modo posto fine alle indagini in merito alla morte del giovane ricercatore. Lo stesso giorno, il New York Times ha pubblicato un articolo basato su fonti dell’ex amministrazione Obama, in cui sostiene che il giovane ricercatore italiano sia stato ucciso dai servizi segreti egiziani, tesi già largamente circolata sui media italiani. Nell’articolo, il giornalista americano Declan Walsh, il quale ha seguito tutte le fasi dell’inchiesta sul caso Regeni dalla capitale egiziana, afferma che l’amministrazione Obama, in possesso di prove schiaccianti sulla colpevolezza dei servizi segreti egiziani, riferì diversi dettagli alle autorità italiane nelle settimane successive all’omicidio. Tuttavia, Roma ha smentito la ricostruzione del quotidiano americano, sottolineando che, nonostante la piena collaborazione con la Procura italiana, nel corso dei contatti tra l’amministrazione statunitense e le autorità italiane, non furono mai trasmesse “informazioni esplosive”.

Il giorno successivo alla decisione italiana di rinviare il proprio ambasciatore al Cairo, Human Rights Watch ha pubblicato un report di 63 pagine in cui denuncia l’utilizzo sistematico delle torture e della violenza da parte del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi nei confronti dei detenuti, azioni che secondo l’organizzazione umanitaria possono essere considerate crimini contro l’umanità. Nel documento si legge che, per cercare di raggiungere la stabilità generale, al-Sisi ha autorizzato la polizia e gli ufficiali di sicurezza nazionale a effettuare arresti e torture di massa, al fine di rendere il Paese più stabile. La maggior parte degli incarcerati in Egitto sono simpatizzanti del gruppo islamista della Fratellanza Musulmana, che governò l’Egitto dal 2011 al 2013, sotto la guida dell’ex presidente democraticamente eletto Mohammed Morsi, rovesciato dal colpo di Stato militare del 3 luglio del 2013. Da allora, il regime di al-Sisi ha arrestato 60.000 persone, centinaia delle quali sono sparite o sono state condannate a morte. Secondo le indagini di Human Rights Watch, le forze di sicurezza effettuano torture sistematiche per estorcere confessioni, o semplicemente per punire i detenuti. Il Ministro dell’Interno egiziano ha sempre negato tali accuse, tuttavia, il quotidiano The New Arab sostiene che il regime abbia fatto oscurare numerosi siti di attivisti che denunciavano tali azioni. In linea con il pensiero di Human Rights Watch, il 25 agosto 2017, l’amministrazione Trump ha deciso di imporre restrizioni a un pacchetto di aiuti dal valore di 96 milioni di dollari destinati all’Egitto e di rinviare l’erogazione di un altro finanziamento militare da 195 milioni di dollari previsti per il Cairo, accusando le autorità egiziane di aver commesso violazioni dei diritti umani.

Il 13 settembre 2017, l’avvocato Ibrahim Metwally Hegazy, coinvolto nel caso della morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, è stato arrestato dalle autorità egiziane mentre stava per lasciare l’Egitto. Hegazy è stato fermato dalla polizia all’aeroporto del Cairo, mentre si stava imbarcando su un volo per Ginevra, dove avrebbe dovuto partecipare ad un meeting delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate in Egitto. L’avvocato, insieme al figlio, aveva fornito assistenza legale alla famiglia di Regeni. Il giorno seguente l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini è tornato al Cairo.

Nei primi giorni del gennaio 2018, i magistrati italiani che continuano a indagare sulla morte di Regeni sono entrati in possesso del telefono cellulare e il pc della tutor di Cambridge del ragazzo, Maha Abdelrahman. Il quotidiano inglese The Guardian, il 10 gennaio, ha scritto che, nonostante non ci siano prove che legano la tutor alla morte di Giulio, le autorità italiane hanno insistito per interrogarla, al fine di capire perché il giovane avesse deciso di fare una tesi di dottorato sui sindacati egiziani, e se fosse stata lei a spingerlo. La Abdelrahman ha riferito ai magistrati che il giovane aveva scelto di proprio volontà l’argomento.

I pubblici ministeri italiani hanno altresì chiesto alle autorità inglesi di identificare tutti gli studenti di Cambridge che hanno lavorato con la tutor di Regeni, e che erano stati mandati al Cairo tra il 2012 e il 2015. La richiesta prevede che tali studenti vengano interrogati di fronte agli investigatori italiani, i quali vogliono appurare se altri giovani abbiano fatto ricerca, o la stiano ancora effettuando, in merito ai sindacati indipendenti egiziani. Il ministro degli esteri egiziano, Sameh Shoukry, il mese scorso, ha riferito che le autorità egiziane avrebbero consegnato le registrazioni delle telecamere della metropolitana del Cairo, il giorno in cui Regeni è scomparso. Il presidente al-Sisi, nel mese di novembre 2017, aveva giurato di voler far luce sulla questione, affermando che, a suo avviso, l’assassinio di Regeni era stato un tentativo di danneggiare i rapporti economici tra l’Italia e l’Egitto.

Il 24 gennaio, il procuratore generale egiziano ha reso noto che una lettera attribuita ai servizi segreti locali che menzionava l’arresto di Regeni è stata “totalmente falsificata”. Tale documento, datato 30 gennaio 2016, era stata inviata all’ambasciata italiana a Berna. Due giorni prima, la procura generale italiana aveva chiesto alla controparte egiziana di confermare la validità della lettera.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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