Gentiloni a Davos: immigrazione questione centrale

Pubblicato il 25 gennaio 2018 alle 9:15 in Immigrazione Italia

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Secondo il premier italiano, Paolo Gentiloni, l’immigrazione è divenuta una questione centrale nel panorama europeo grazia all’Italia, anche se non ha ancora assunto un ruolo centrale per il bilancio dell’Unione Europea.

Tali dichiarazioni sono state rilasciate a margine del meeting annuale del World Economic Forum, che è in corso a Davos dal 23 e al 26 gennaio. Nell’occasione, Gentiloni ha ricordato che, per chiudere la rotta balcanica, l’Unione Europea ha speso molti soldi, concludendo accordo sull’immigrazione con la Turchia, firmato il 18 marzo 2016, per bloccare i flussi diretti in Europa, con l’obiettivo di limitare il traffico di esseri umani in favore dell’immigrazione legale e per diminuire la mortalità nella tratta del Mar Egeo durante le traversate. A suo avviso, adesso, sarebbe necessario mettere al centro dell’agenda europea l’Africa, attuando una cooperazione più efficace insieme a investimenti di qualità. Tale questione, in particolare, ha riferito Gentiloni, riguarda anche il prossimo confronto sul bilancio europeo, in quanto, nei mesi futuri, i Paesi che hanno le stesse posizioni dovrebbero fare fronte comune, cercando di convincere anche gli altri ad adottare politiche più coordinate.

I commenti di Gentiloni si riferiscono al fatto che i 28 membri dell’Unione Europea hanno attuato politiche differenti in merito all’immigrazione, andando contro anche a decisioni delle istituzioni europee. Il 22 settembre 2015, quando il Consiglio dell’Unione Europea adottò la Decisione 2015/1601, in base alla quale 120,000 migranti bisognosi di protezione internazionale approdati tra l’Italia e la Grecia avrebbero dovuto essere ricollocati tra gli altri Paesi dell’UE, entro due anni, si verificò una spaccatura in seno all’UE. Diversi Paesi si rifiutarono fin da subito di adempiere ai propri obblighi. Nello specifico, la Slovacchia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Romania si schierarono contro il sistema delle quote del Consiglio dell’UE, chiedendo il suo annullamento. In linea con tale posizione, nel febbraio 2016, le autorità ungheresi e slovacche presentaerono una mozione alla Corte di Giustizia europea per verificare la legittimità della decisione del Consiglio sul ricollocamento, definito dall’Ungheria una “redistribuzione forzata”. La loro istanza fu appoggiata dalla Polonia, mentre il Belgio, la Germania, la Francia, il Lussemburgo, la Svezia e l’Italia si schierarono a favore della decisione del Consiglio. Di seguito, il 6 settembre 2017, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che l’Ungheria e la Slovacchia sono obbligate ad accettare i migranti, esortando anche gli altri Stati contrari ad accogliere la propria quota.

Dal momento che sono in corso i negoziati per la riforma del sistema di asilo europeo, i quali sono partiti il 17 novembre scorso grazie al via del Parlamento europeo, è possibile che si verificheranno nuovamente le stesse spaccature createsi nel 2015. La riforma farà in modo che i migranti non siano più obbligati a presentare richiesta di asilo nel Paese di primo approdo, ma che l’assegnazione di responsabilità degli Stati europei sia invece basata su “legami genuini” tra il singolo migrante e uno dei Paesi membri. In assenza di questi, i richiedenti asilo, dopo essere stati registrati e aver eseguito i controlli di sicurezza, verrebbero assegnati a uno Stato dell’Unione Europea, secondo un sistema di distribuzione prestabilito. Tale meccanismo mira a evitare che i Paesi di primo approdo, come la Grecia, l’Italia e la Spagna, debbano accogliere un numero spropositato di arrivi. Il negoziato, tuttavia, potrebbe stravolgere tali proposte, dato che il Consiglio dell’UE non si è ancora pronunciato sulla questione.  

La riforma del Regolamento di Dublino è nata dalla necessità di modificare il sistema di asilo europeo, alla luce della crisi migratoria degli ultimi anni. Secondo i dati della UN Refugee Agency, nel 2015, sono giunti 1,014,973 migranti in Europa via mare, di cui 153,842 sono sbarcati in Italia, mentre 856,723 in Grecia. Nel 2016, dei 324,267 arrivi in Europa via mare, 181,436 si sono verificati in Italia, segnando un aumento del 18% rispetto all’anno precedente, mentre 169,302 in Grecia. Il rifiuto di numerosi Paesi europei di accogliere le proprie quote di ricollocamento ha messo in gravi difficoltà l’Italia e la Grecia, le quali hanno dovuto addossarsi la gestione degli arrivi.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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