Iraq: nessun accordo sulla data delle elezioni

Pubblicato il 21 gennaio 2018 alle 12:28 in Iraq Medio Oriente

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Il Parlamento iracheno non è riuscito a raggiungere un accordo per l’approvazione del 12 maggio come data designata per le elezioni.

Sabato 20 gennaio, i membri dell’autorità si sono riuniti per discutere le tempistiche delle elezioni generali e gli emendamenti alla legge elettorale. Tuttavia, la sessione è stata rimandata a lunedì 22 gennaio, a causa di disaccordo tra le parti e azioni di boicottaggio da parte di alcuni sunniti e sciiti, che non hanno partecipato all’incontro poiché in disaccordo con i meccanismi di voto. È la seconda volta che la sessione per la decisione del processo elettorale viene posticipata. Il Parlamento si era già riunito giovedì 18 gennaio per discutere la questione, ma alcuni membri, sia sunniti che sciiti, avevano boicottato la riunione, che era stata spostata a sabato 20 gennaio.

I legislatori sunniti e curdi hanno chiesto una proroga per permettere a migliaia di persone, sfollate a causa della guerra, di tornare nei loro territori di appartenenza per partecipare alle elezioni. Infatti, per poter votare, i cittadini iracheni devono necessariamente trovarsi nel loro territorio d’origine. Uno dei membri del Parlamento, Ardalan Nuraldin, ha dichiarato che in alcune aree, specialmente quelle di Kirkuk e Mosul, sono tornate pochissime persone, circa 200 mila sui 2 milioni di abitanti della zona. Secondo i sunniti, tenere le elezioni in questo momento, quando più di 1 milione e mezzo di persone è sfollata in tutto l’Iraq, non andrebbe a loro favore.

il portavoce del Parlamento, Salim al-Jabouri, ha spiegato che la proposta del Consiglio provinciale di rimandare le elezioni fino a dicembre è costituzionalmente legale.

Il primo ministro, Haider al-Abadi, e altri politici sciiti, hanno insistito per far sì che le elezioni si tengano il 12 maggio, come pianificato, affermando che ritardarle andrebbe contro la Costituzione. Al-Abadi vorrebbe essere rieletto per un secondo mandato, puntando sulla sua popolarità tra la maggioranza sciita in Iraq, ottenuta dopo aver guidato per tre anni la lotta contro i militanti dello Stato Islamico, pertanto vorrebbe che le elezioni si svolgessero il prima possibile. Per questa ragione, l’ufficio di al-Abadi aveva cominciato a sgombrare i campi profughi, costringendo i rifugiati a tornare nelle loro aree di provenienza, nonostante queste non siano sicure e manchino i servizi di base. Chi di loro si è opposto, era stato ferito e ucciso. Secondo i volontari che lavorano nelle aree, tra il 21 novembre 2017 e il 2 gennaio 2018 sono state mandate via tra le 2.400 e  le 5.000 persone. I rifugiati non vogliono tornare a casa sia perché la situazione non è ancora sicura, sia perché il viaggio è troppo costoso. Inoltre, alcuni di loro non erano riusciti a raggiungere i loro territori di appartenenza poiché le milizie sciite, supportate dagli iraniani, hanno richiesto 400 dollari per attraversare il posto di blocco.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

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