Myanmar: al via un campo per il rimpatrio dei Rohingya

Pubblicato il 15 gennaio 2018 alle 11:45 in Asia Myanmar

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Il Myanmar costruirà un campo per l’accoglienza temporanea dei Rohingya che sceglieranno di tornare nello stato di Rakhine dopo la loro fuga in Bangladesh per sfuggire alla campagna militare dell’esercito birmano.

Gli ufficiali del Myanmar hanno incontrato le loro controparti del Bangladesh, lunedì 15 gennaio, per discutere dell’attuazione del piano di rimpatrio per i membri della minoranza etnica musulmana Rohingya siglato dai due governi il 23 novembre 2017. Si è trattato del primo incontro del gruppo di lavoro congiunto che ha il compito di stabilire come dovranno svolgersi i rimpatri volontari dei profughi Rohingya che sono fuggiti dallo stato di Rakhine, nel Myanmar nord-occidentale. I rifugiati giunti in Bangladesh dal 25 agosto 2017, quando la campagna militare birmana è stata intensificata, sono più di 650 mila, che si sommano ai quasi 400 mila arrivati dall’inizio degli scontri tra esercito e militanti islamisti Rohingya, il 9 ottobre 2017.

Il Myanmar si è impegnato a costruire un campo a Hla Po Khaung, nella zona settentrionale dello stato di Rakhine, che farà da transizione per coloro che “verranno accettati sistematicamente per il rimpatrio”. Il campo avrà una superficie di 124 acri e potrà accogliere 30 mila persone in 635 edifici. I lavori di costruzione di 100 di questi edifici saranno completati entro la fine di gennaio. Il campo di Hla Po Khaung sarà una zona di transizione per i rifugiati Rohingya, prima che vengano ricondotti alle loro zone di origine o a quelle più vicine ad esse, secondo quanto riferito dal coordinatore dell’Unione di Imprese per gli Aiuti Umanitari del Myanmar, Aung Tun Thet.

Ci sono due aspetti dei rimpatri che vengono guardati con attenzione dalle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni per i diritti umani. Il primo è che secondo l’accordo tra Myanmar e Bangladesh questi dovranno essere “volontari”, ma non è chiaro se e quanti profughi Rohingya vorranno fare ritorno spontaneamente in un Paese in cui vengono emarginati e perseguitati da molto tempo. Il secondo è che anche se una parte dei rifugiati provasse a tornare, non è chiaro quanti di questi potrebbero ottenere la cittadinanza birmana. I Rohingya, infatti, vengono considerati dal governo del Myanmar come immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh e la maggior parte di loro non gode della cittadinanza birmana. Questo vuol dire mancato accesso ai servizi sociali di base – come istruzione e sanità – e nessuna libertà di movimento.

Gli ufficiali del Bangladesh hanno reso noto che non è ancora chiaro quando i primi rifugiati potranno tornare in patria, poiché il governo del Bangladesh e quello del Myanmar dovranno compiere delle verifiche incrociate in merito alle identità dei rifugiati stessi.

Le Nazioni Unite e le altre organizzazioni umanitarie internazionali hanno condannato aspramente le operazioni militari dell’esercito birmano che hanno condotto alla crisi dei rifugiati Rohingya parlando di crimini contro l’umanità, operazioni di pulizia etnica che sfociano nel genocidio. L’Onu guarda con sospetto ai piani per il rimpatrio dei Rohingya e chiede da mesi un processo di gestione della crisi più trasparente e che i rimpatri siano davvero volontari.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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