Myanmar: l’esercito birmano ammette di aver ucciso 10 civili

Pubblicato il 13 gennaio 2018 alle 13:17 in Asia Myanmar

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L’esercito del Myanmar ha ammesso di aver ucciso 10 persone nella lotta contro i ribelli Rohingya, che hanno dichiarato che le vittime non appartengono al loro gruppo, ma sono “civili innocenti”.

Il 18 dicembre 2017, l’esercito birmano aveva annunciato il ritrovamento di una fossa comune contenente 10 corpi nel villaggio di Inn Din. Mercoledì 10 gennaio 2018, le forze armate del Myanmar avevano dichiarato che in seguito a una serie di indagini, era stato scoperto che alcuni membri dell’esercito avevano partecipato alla cattura e all’uccisione delle vittime, in seguito ad un attacco avvenuto all’inizio di settembre.

Le forze birmane, utilizzando la pagina Facebook del comandante in capo, il generale Min Aung Hlaing, hanno pubblicato un post dove spiegavano che, l’1 settembre 2017, l’esercito aveva subito un’offensiva da parte di “200 terroristi bengalesi che avevano attaccato usando spade e bastoni”. Durante gli scontri, le milizie birmane avevano fermato 10 sospettati. Di solito, la procedura per i prigionieri prevede la consegna di questi ultimi alle stazioni di polizia, ma le forze armate hanno dichiarato che non c’erano le condizioni per il trasferimento dei 10 terroristi catturati, decidendo, pertanto, di ucciderli. Secondo l’esercito, i cittadini del villaggio di Inn Din avrebbero ferito e portato i sospettati nella fossa comune, dove le forze di sicurezza li avrebbero uccisi.

Il Myanmar ritiene che i Rohingya provengano dal Bangladesh e che abbiano occupato i propri territori nello stato di Rakhine. La popolazione, una minoranza etnica musulmana, non ha diritti nel paese birmano poiché viene considerata immigrata clandestina. La campagna militare contro i Rohingya è cominciata nell’ottobre 2016 e si è inasprita ad agosto 2017, in seguito a una serie di attacchi dell’ARSA, costringendo più di 655.000 membri della minoranza etnica a fuggire in Bangladesh.

È la prima volta che le forze armate birmane ammettono di aver perpetrato un’azione del genere. L’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), la milizia composta dai ribelli della minoranza etnica dei Rohingya, ha approvato l’ammissione di crimini di guerra da parte “dell’esercito terrorista birmano”, che fino a ieri aveva sempre respinto le accuse secondo le quali avrebbe avviato una vera e propria pulizia etnica contro la minoranza etnica. Inoltre, su Twitter, l’ARSA ha dichiarato che le persone ritrovate nella fossa comune nel villaggio di Inn Din non appartengono alle loro milizie e non ne sono associati in alcun modo.

Per tutta risposta, un portavoce del governo del Myanmar, Zaw Htay, ha affermato che, a volte, “i terroristi e i civili si alleano in attacchi contro le forze di sicurezza”, dichiarando altresì la difficoltà nel riconoscere gli innocenti in situazioni del genere. Htay ha altresì assicurato che verrà aperta una serie di indagini per comprendere se le 10 vittime fossero membri dell’ARSA o meno.

La leader birmana, vincitrice del premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, durante un conferenza stampa tenutasi a Naypyidaw, venerdì 12 gennaio, ha dichiarato che il fatto che l’esercito del Paese si prenda la responsabilità per le azioni delle proprie truppe è positivo e costituisce un passo avanti per lo Stato.

Il funzionario di Amnesty International, responsabile per l’area del sud-est asiatico e del Pacifico, James Gomez, ha dichiarato che l’ammissione da parte dell’esercito birmano è “un bel cambio di programma”, ma, tuttavia, è solamente “la punta dell’iceberg” delle atrocità commesse in quella che più enti umanitari, tra i quali le Nazioni Unite, hanno definito una vera e propria campagna di pulizia etnica.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

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