Gli attentati legati all’ISIS che hanno causato morti negli Stati Uniti

Pubblicato il 13 gennaio 2018 alle 7:02 in USA e Canada

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Negli ultimi anni, gli attacchi terroristici legati all’ISIS negli Stati Uniti che hanno causato morti sono stati 3.

Il primo è stato quello del 15 dicembre 2015 a San Bernardino, in California, dove una coppia di attentatori originari del Pakistan, armata di fucili automatici, ha aperto il fuoco contro una folla di 22,000 persone, uccidendone 14 e ferendone altre 24, durante una festa di Natale presso il Country Department of Public Health. I terroristi, riusciti a scappare dal luogo dell’attacco, sono stati uccisi nel corso di una sparatoria con la polizia qualche ora dopo. Si trattava di Syed Rizwan Farook, nato nel 1987 a Chicago da genitori pakistani, e della moglie Tashfeen Malik, nata nel 1986 in Pakistan. Dalle indagini è emerso che Farook, devoto musulmano, aveva avuto un’infanzia travagliata. Dopo essersi laureato era divenuto un ispettore alimentare e si era recato in Arabia Saudita diverse volte per pellegrinaggio. Nell’agosto 2014 si era poi sposato con Malik, e i due avevano avuto una bambina nel giugno dell’anno seguente. L’FBI ha riferito che la coppia si era radicalizzata molto tempo prima di compiere l’attentato, in quanto intercettazioni hanno rivelato che i due avevano parlato dell’attacco nel 2013, ancora prima del matrimonio. Secondo gli ufficiali americani, inoltre, i due erano legati all’ISIS, in quanto Malik aveva giurato fedeltà al califfato attraverso Facebook.

Il secondo attentato connesso allo Stato Islamico in cui sono morte 49 persone, mentre altre 58 sono state ferite, è stato quello del 12 giugno 2016, presso la discoteca gay Pulse a Orlando, in Florida. L’attentatore, l’americano Omar Mateen, è stato a sua volta ucciso dal fuoco della polizia. Le indagini hanno rivelato che Mateen, nato a New York nel 1986 da genitori afghani, era stato un soggetto violento fin dall’infanzia, venendo espulso da scuola e richiamato per i comportamenti aggressivi. Nell’aprile 2009, si sposò con una donna originaria dell’Uzbekistan, conosciuta l’anno prima su un social network. I due si separarono dopo quattro mesi e divorziarono nel 2011. In seguito Mateen si recò due volte in Arabia Saudita per visitare Mecca e Medina e, nello settembre dello stesso anno, si sposò con la seconda moglie, Noor Zahi Salman, conosciuta anch’essa su un sito di appuntamenti virtuale. L’FBI conosceva già Mateen, in quanto nel 2013 aveva compiuto un’indagine su di lui, per via di commenti controversi mentre l’uomo lavorava come guardia. Sembra che avesse riferito ai suoi colleghi che la sua famiglia era legata ad al-Qaeda e che lui si era unito al gruppo sciita libanese Hezbollah. Durante gli interrogatori con gli agenti, Mateen confessò di aver fatto quelle affermazioni solo perché i suoi colleghi lo stavano disturbando. Dopo 10 mesi, le indagini vennero chiuse, poiché il giovane non venne considerato un soggetto pericoloso. L’anno successivo, tuttavia, l’FBI si interessò nuovamente a lui, in relazione a Moner Mohammad Abu Salha, un americano che commise un attentato suicida in Siria nel maggio del 2014, che aveva frequentato la stessa moschea di Mateen. L’uomo giurò fedeltà all’ISIS durante la telefonata al servizio di soccorso 911, mentre stava compiendo la strage di Orlando. In seguito all’attentato, l’analisi del suo computer ha rivelato che Mateen avesse espresso supporto per un kamikaze appartenente al Fronte al-Nusra, la branca di al-Qaeda in Siria, e che avesse fatto numerose ricerche sull’ISIS.

Il terzo attentato negli Stati Uniti, rivendicato dall’ISIS, in cui sono state uccise diverse persone è stato quello del 31 ottobre 2017, a New York. Quel giorno, il 29enne uzbeko Sayfullo Saipov, alla guida di un furgone bianco, si è schiantato lungo una pista ciclabile, molto affollata, nel quartiere Lower Manhattan di New York, uccidendo 8 persone e ferendone altre 11. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni oculari, dopo il secondo schianto, si sono uditi almeno 15 spari. L’uomo è stato subito fermato dalla polizia, che lo ha ferito a una gamba e, dopo essere stato trasportato in ospedale, è stato interrogato dall’FBI. Secondo le indagini, Saipov arrivò negli Stati Uniti nel 2010, stabilendosi in Ohio. Il New York Times riferisce che l’uomo trascorse i primi mesi negli USA cercando lavoro e tentando di migliorare l’inglese. Nel 2011, Saipov registrò la compagnia “Sayf Motors Inc”, mentre nel 2013 fondò la “Bright Auto LLC”, entrambe segnalate come corrieri di moto dal Departmenr of Trasnport. Il 25 marzo 2013, l’uomo sposò una connazionale uzbeka di 19 anni, Nozima Odilova. Dopo un certo periodo di tempo non ancora chiaro, Saipov si trasferì a Fort Meyers, in Florida, dove iniziò a lavorare come autista. Tre ufficiali americani hanno riferito che, dagli archivi, il giovane risulta essere coinvolto in più di un caso, ma non è chiaro se fosse un amico o un parente di qualcuno sotto sorveglianza, o se fosse il soggetto delle indagini. Nel corso dei due anni passati, nell’ambito di ricerche effettuate dall’FBI, dal Department of Homeland Security e dal New York Police Department, sono stati indagati almeno 5 individui originari dell’Uzbekistan, e uno del Kazakistan, tutti accusati di essere in possesso di materiale legato all’ISIS. Alcuni di loro si sono dichiarati colpevoli, ma non è chiaro se Saipov fosse tra i sospettati. Nei sei mesi precedenti all’attacco di New York, l’attentatore si era stabilito in New Jersey, a Paterson, dove aveva iniziato a lavorare come autista per la compagnia Uber, la quale ha poi informato le autorità che l’uomo aveva passato i controlli necessari per ottenere il lavoro. Dagli interrogatori effettuati dall’FBI nei giorni passati, è emerso che Saipov avrebbe commesso l’atto ispirandosi all’ISIS, anche se non sono stati riscontrati legami diretti con l’organizzazione. All’interno del veicolo utilizzato per commettere l’attentato, è stato rinvenuto materiale propagandistico dello Stato Islamico, insieme ad un foglio con scritte arabe che indicherebbe l’affiliazione di Saipov al gruppo.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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