Myanmar: ammissione colpa parziale dell’esercito

Pubblicato il 12 gennaio 2018 alle 6:05 in Asia Myanmar

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Le forze armate del Myanmar hanno partecipato al massacro di 10 civili Rohingya nel mese di settembre. Queste le parole del Capo delle forze armate del Myanmar che rappresentano al prima ammissione aperta degli abusi dell’esercito nei confronti dei civili della minoranza etnica musulmana Rohingya.

L’esercito del Myanmar ha ammesso, per la prima volta dall’inizio della campagna di repressione ai danni della minoranza etnica Rohingya nell’ottobre 2016, il coinvolgimento dei soldati nel massacro di civili nei villaggi dello stato di Rakhine, nel Myanmar nord-occidentale. Si è trattato, però, di un’ammissione di colpa parziale. Il post su Facebook pubblicato dal Capo delle forze armate riporta che “alcuni abitanti del villaggio Inn Din, insieme ai membri delle forze di sicurezza, hanno confessato di aver ucciso 10 terroristi bengalesi”, riferendosi così ai membri della minoranza etnica musulmana Rohingya e dando la colpa agli stessi “terroristi” di aver iniziato una schermaglia nel villaggio.

Lo stesso post sul social network conferma la presenza di una fossa comune Rohingya all’interno dello stato di Rakhine in cui i 10 militanti Rohingya sarebbero stati uccisi e gettati.

L’esercito del Myanmar è accusato dai Rohingya fuggiti nel vicino Bangladesh – circa 655 mila solo dal 25 agosto 2017 ad oggi, più altri circa 400 mila giunti dall’ottobre 2016 –, dalle organizzazioni per i diritti umani e dall’Onu di aver condotto una campagna di pulizia etnica e crimini contro l’umanità arrivando al limite del genocidio. Le operazioni militari sono iniziate in seguito a una serie di attacchi condotti dai militanti dell’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army – contro le stazioni di polizia di confine del Myanmar nell’ottobre 2016. Dopo mesi di campagna militare, il 25 agosto 2017, l’ARSA ha deciso di condurre una nuova serie di attacchi per attirare l’attenzione della comunità internazionale “sul dramma della sua gente”. Gli attacchi hanno innescato una risposta brutale da parte dell’esercito e causato l’esodo di 655 mila persone, nonché 6700 morti soltanto nelle prime 4 settimane di combattimenti, secondo quanto riferito da Medici Senza Frontiere.

Finora, l’esercito birmano e il governo del Myanmar hanno sempre negato e rifiutato le accuse a loro carico, affermando che le operazioni sono state condotte sempre contro i terroristi dell’ARSA e non contro i civili. Il Myanmar ha effettuato un’indagine interna i cui risultati confermano la non colpevolezza dell’esercito, ma ha rifiutato l’ingresso nel Paese a un team d’investigazione super partes che le Nazioni Unite si erano offerte di guidare.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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