Libia: 81 migranti arrestati dalle autorità dell’est del Paese

Pubblicato il 12 gennaio 2018 alle 9:53 in Immigrazione Libia

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Le autorità dell’est della Libia hanno arrestato 81 migranti di origini eritree, etiopi e somale, che erano riusciti a scappare dai trafficanti di esseri umani.

Reuters riporta che un imam di una moschea sulla costa libica, a sud di Benghazi, ha segnalato la presenza degli individui agli ufficiali libici. Uno di loro, Ahmed al-Arifi, del dipartimento dell’immigrazione illegale di Benghazi, ha spiegato che i migranti sono stati arrestati nell’area di Zueitina, presso un campo profughi, per essere poi deportati nei propri Paesi di origine. Arifi ha altresì riferito che, nel 2017, sono stati deportati 5.686 migranti dall’est della Libia, una cifra nettamente maggiore rispetto ai numeri del 2016, pari a 2.912.

Uno dei migranti eritrei arrestati, che adesso si trova in un centro di detenzione a Benghazi, nell’est della Libia, ha spiegato di essere arrivato a Sabratha, nell’ovest del Paese, nel marzo 2017, attraversando il Sahara. Dopo aver atteso mesi insieme ad altre centinaia di migranti, i trafficanti, che gli avevano sottratto 4.000 dollari per portarlo in Libia, hanno riferito che la rotta marittima verso l’Europa era stata chiusa. A partire dal luglio 2017, i gruppi armati hanno iniziato a impedire la partenza delle imbarcazioni verso l’Europa, riuscendo poi a buttare fuori dall’area i gruppi di trafficanti lo scorso settembre. A quel punto, il migrante eritreo racconta di essere stato trasferito insieme a molti altri a Ajdabya, nell’est della Libia, vicino a Zueitina, dove i trafficanti gli hanno chiesto altri 2.000 dollari per raggiungere l’Europa. Non potendo pagare e venendo continuamente maltrattato, l’eritreo è riuscito a fuggire insieme ad altri, venendo infine arrestato. “Volevo andare in Italia per lavorare, ma sfortunatamente non è stato possibile. Nel mio Paese soffriamo la povertà e c’è un sistema dittatoriale. Adesso, in Libia, veniamo maltrattati dai trafficanti e, vivendo in condizioni precarie, ci ammaliamo e abbiamo fame. Non vogliamo tornare nel nostro Paese, vogliamo raggiungere l’Europa”, ha spiegato l’uomo.

Da anni, la Libia costituisce il principale porto di partenza delle imbarcazioni cariche di migranti che salpano alla volta dell’Italia e delle altre coste europee. In seguito alla caduta del regime di Gheddafi, nell’ottobre 2011, il Paese nordafricano è scivolato in una situazione di completa instabilità politica, sociale ed economica. Attualmente, la Libia è divisa in due governi: il primo a Tripoli, nell’ovest del Paese, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Italia; il secondo a Tobruk, nell’est del Paese, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. I trafficanti di esseri umani si stanno approfittando della situazione, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. Questi trattamenti non sono destinati soltanto agli uomini, ma vengono applicati indistintamente anche a donne e bambini. Nel corso del 2017, i governi europei hanno stretto una serie di accordi con le autorità libiche, al fine di risolvere la crisi migratoria e cercare di unificare il panorama politico libico.

In seguito allo sbarco di 181.000 migranti in Italia nel 2017, l’Italia, il 2 febbraio 2017, ha firmato un accordo con il governo di Tripoli, guidato dal premier Fayez Serraj, stanziando 200 milioni di euro per finanziare attività contro l’immigrazione clandestina e per rimandare i migranti irregolari nei loro Paesi di provenienza entro una settimana dal loro fermo. Successivamente, il 31 marzo, il governo italiano ha reso noto che 60 leader tribali libici avevano firmato un accordo di pace, accettando di collaborare con le forze di sicurezza italiane per ridurre il flusso di migranti dalla Libia verso l’Europa. Nell’occasione, il ministro dell’Interno, Marco Minniti spiegò che i confini a sud del Paese nordafricano, con il Niger e il Ciad, dovevano essere considerati le nuove frontiere meridionali dell’Unione Europea. In linea con le mosse del ministro dell’Interno, il 28 luglio, il premier italiano, Paolo Gentiloni, ha approvato una risoluzione che ha ordinato l’organizzazione di una missione di supporto per la Guardia Costiera libica. Il 30 agosto, l’Italia si è offerta di addestrare e formare 1,000 membri della marina libica, per fornire servizi di controllo anti-immigrazione illegale e di indagini criminali. 

I risultati della cooperazione italo-libica si sono concretizzati nel corso dei mesi estivi, durante i quali è stato registrato un calo degli sbarchi in Itali, dovuto alla diminuzione delle partenze dalla Libia. Come mostrano le stime del Ministero dell’Interno, dopo il picco di giugno, durante il quale sono giunti nel nostro Paese 23.526 individui, cifra mensile più elevata registrata da gennaio, si è passati a 11.461 a luglio e a 3.920 ad agosto. A settembre è stato riscontrato un nuovo lieve aumento, con 6.282 sbarchi sulle nostre coste, seguito dall’arrivo di 5.984 migranti a ottobre, 3.209 a ottobre, 5.641 a novembre e, indine, 2.327 a dicembre, mese in cui è stata registrata la cifra più bassa dell’anno.

Un report dello scorso 18 dicembre, pubblicato dal gruppo umanitario Medici per i Diritti Umani (MEDU), in cui sono state raccolte le testimonianze di centinaia di migranti dei centri di detenzione sparsi per tutto il Paese, afferma che il risultato della cooperazione italo-libica in ambito migratorio è stato tragico, in quanto il blocco delle partenze ha costretto centinaia di migliaia di migranti a rimanere in Libia, in condizioni di detenzione, sequestro e schiavitù. In merito alla rete dello sfruttamento, le testimonianze hanno rivelato che essa è gestita sia da gruppi criminali altamente organizzati, sia da elementi appartenenti a milizie, forze armate e polizia sia da piccole bande od individui. Il report spiega che, spesso, i confini tra questi gruppi sono di fatto inesistenti ed è pertanto difficile comprendere dove inizino gli uni e finiscano gli altri. Le violenze vengono altresì perpetrate da diversi attori, tra cui poliziotti, militari, miliziani, gruppi di trafficanti, civili libici e uomini di affari, gestori dei ghetti e dei centri.

I dettagli emersi dal documento confermano con quanto è stato mostrato in un video-denuncia della CNN, pubblicato il 14 novembre 2017, in cui venivano mostrati migranti africani venduti all’asta come schiavi, poco lontano da Tripoli. Il giorno seguente, l’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha accusato i governi europei e, in particolare l’Italia, di essere complici delle autorità libiche per i trattamenti inumani subiti dai migranti.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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