Le rivolte in Iran e gli interessi dell’economia italiana

Pubblicato il 9 gennaio 2018 alle 12:39 in Il commento Iran

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Rai Uno

Che si tratti della Corea del Nord o dell’Iran, gli Stati Uniti possono abbattere i regimi nemici in due soli modi. Il primo è la guerra e il secondo sono le sanzioni. La guerra viene utilizzata contro i nemici deboli e le sanzioni contro i nemici forti. Il fine delle sanzioni è infatti quello di impoverire i regimi nemici per accrescere la propensione alle rivolte interne o alle congiure di palazzo. Che ciò accada è un bene. Dal momento che non esiste niente di più nefasto della guerra, l’esistenza delle sanzioni dev’essere salutato come uno dei più grandi progressi nelle relazioni internazionali. Un Paese impoverito è meglio di un Paese bombardato.

Tuttavia, le rivolte in Iran contro la disoccupazione dimostrano che non tutto è semplice come appare. Le rivolte possono provocare la caduta di un regime soltanto se l’esercito smette di obbedire agli ordini del governo. È sufficiente la logica per dimostrarlo: se i manifestanti scendono in piazza mille volte, e la polizia spara mille volte sui manifestanti, le manifestazioni finiscono e i governi proseguono. Consapevole di ciò, il governo di Teheran ha investito molto nelle forze dell’ordine. In tal modo, il livello della repressione è rimasto alto e non si sono formati contro-poteri capaci di sfidare lo Stato. La rivolta è stata infatti sedata in pochi giorni. Questo per quanto riguarda il piano della sicurezza interna. Sul piano della sicurezza internazionale, l’Iran è protetto da Putin, il quale ha chiarito che non permetterà più agli Stati Uniti di abbattere i suoi amici con disinvoltura. Putin ha fatto molto per proteggere il presidente della Siria e farebbe ancora di più per proteggere il presidente dell’Iran. Tali rapporti di forza erano chiari a Obama. La sua distensione verso l’Iran è stata però rovesciata da Trump, senza vantaggi per l’Italia, il principale partner commerciale e politico dell’Iran in Europa.

Gli incontri diplomatici tra Italia e Iran sono noti. Il 25 gennaio 2016, Renzi accolse Rouhani a Roma con il massimo del riguardo diplomatico. Meno noti, ma più importanti, sono gli scambi in ambito militare giacché la cooperazione nella sicurezza esprime il massimo della fiducia tra due governi. Nel settembre 2016, un alto ufficiale italiano ha incontrato a Teheran il comandante della marina iraniana, Habibollah Sayyari, per rendere più saldi i legami tra i rispettivi comparti. Pochi giorni dopo, il 24 settembre, la fregata Euro, una nave militare italiana, è arrivata nel porto di Bandar Abbas per condurre un’esercitazione congiunta con la marina iraniana che si è svolta il 27 settembre in uno dei siti strategici più importanti del Medio Oriente: lo stretto di Hormuz. Dopo tre settimane, il 17 ottobre, Habibollah Sayyari ha partecipato all’undicesimo forum marittimo internazionale di Venezia, dove è stato invitato come ospite d’onore dai più alti ufficiali della Marina italiana. La visita a Venezia di Sayyari è stato il primo viaggio di un comandante iraniano in un Paese europeo dal 1979.

È lecito domandarsi come sia possibile che l’Italia abbia rapporti così buoni con l’Iran, pur facendo parte del blocco occidentale guidato dagli Usa. La risposta è semplice: l’Italia applica le sanzioni contro l’Iran, ma, subito dopo, opera affinché vengano rimosse. In tal modo, conserva la sua lealtà nei confronti degli Stati Uniti, senza rinunciare ai rapporti privilegiati con l’Iran. Da parte sua, l’Iran guarda con favore all’Italia, nonostante le sanzioni, perché ha bisogno di poter contare su un Paese europeo che favorisce il dialogo. Non tutte le potenze europee sono uguali. La premier britannica Theresa May e Boris Johnson, suo ministro degli esteri, hanno un atteggiamento aggressivo verso l’Iran e i risultati si vedono. Il 9 dicembre 2017 Boris Johnson si è recato a Teheran per ottenere la liberazione di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, cittadina britannica detenuta con l’accusa di spionaggio. Johnson è tornato a casa a mani vuote. Agli italiani, invece, riesce tutto facile. Il 20 dicembre la Techint, azienda siderurgica fondata da Agostino Rocca nel 1945, ha firmato, sempre a Teheran, un accordo per 40 milioni di dollari con la società iraniana Ardebil Petrochemical Company per la realizzazione di un megaprogetto che, a pieno regime, dovrebbe garantire un volume d’affari di circa 2 miliardi di dollari, oltre alla creazione di 1500 posti di lavoro diretti e 10mila posti indiretti nella provincia di Ardebil, a nord-ovest dell’Iran.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano in Italia dedicato alla politica internazionale

Quest’articolo è apparso il 7 gennaio 2018 nella rubrica Atlante di Alessandro Orsini, tutte le domeniche sul Messaggero

di Alessandro Orsini

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.