Aumentano le tensioni tra i ribelli Rohingya e il governo di Myanmar

Pubblicato il 7 gennaio 2018 alle 16:43 in Asia Myanmar

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I ribelli Rohingya hanno affermato di non avere altra scelta che combattere contro il Myanmar per difendere la comunità Rohingya, ed esigono di essere consultati per qualsiasi decisione inerente al loro futuro.

Domenica 7 gennaio 2017, il leader del gruppo di ribelli dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), Ata Ullah, ha rilasciato una dichiarazione su Twitter in cui afferma che l’unica soluzione rimasta all’ARSA è combattere quello che a suo avviso è terrorismo appoggiato dallo Stato del Myanmar, perpetrato contro il popolo Rohingya. Tale decisione sarà necessaria al fine di difendere, salvaguardare e proteggere la comunità. Il popolo Rohingya deve inoltre essere consultato prima di prendere qualsiasi decisione che abbia ripercussioni sugli aiuti umanitari e sul futuro politico della popolazione in questione.

Zaw Htay, il portavoce del governo del Myanmar, ha affermato che i ribelli stanno cercando di posticipare il rimpatrio dei rifugiati dal Bangladesh. Il portavoce ha affermato che l’ARSA vuole spaventare chi è favorevole al rientro in patria, per mostrare che nella regione non c’è né sicurezza né stabilità. Inoltre Htay non ha accolto la richiesta dei ribelli di consultare i Rohingya prima di prendere decisioni, affermando che il governo sta già negoziando sia con i leader delle comunità buddiste sia con quelli delle comunità musulmane. Infine, ha detto che il governo non accetterà atti  terroristici e combatterà contro i ribelli fino alla fine, esortando chiunque a non perorare la causa del gruppo sovversivo.

L’ARSA respinge ogni affiliazione ai gruppi islamici radicali e afferma di battersi per liberare il popolo Rohingya dall’oppressione. Il 25 agosto 2017 il gruppo ha messo in atto violenti raid contro le forze di sicurezza governative, provocando la reazione del governo e numerose operazioni di polizia nello Stato Rakhine, di religione a maggioranza musulmana. Ciò ha causato il diffondersi degli scontri e delle violenze nella regione e il conseguente esodo di circa 650mila cittadini Rohingya verso il Bangladesh. Le Nazioni Unite hanno condannato la campagna militare mossa dal Myanmar, che rappresenta una vera e propria pulizia etnica; il Myanmar ha respinto l’accusa dell’ONU. Da agosto, piccoli gruppi di ribelli hanno teso saltuariamente agguati e imboscate alle forze governative; l’ultima, avvenuta venerdì 5 gennaio e poi rivendicata dall’ARSA, è stata tesa a un furgone dell’esercito birmano, causando numerosi feriti.
Non è noto dove si trovi il leader del gruppo Ullah, ma il governo del Myanmar sospetta che lui e altri ribelli siano fuggiti in Bangladesh per poi rivalicare il confine e sferrare gli attacchi. Un portavoce dell’esercito ha preferito non commentare la situazione relativa allo stato di sicurezza attuale nella regione a nord dello Stato Rakhine, dove al momento ai giornalisti non è consentito l’accesso.

Il 23 novembre 2017 Bangladesh e Myanmar hanno firmato un accordo per permettere il ritorno di centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya in patria, ma a oggi nessuna delle due parti ha divulgato ulteriori dettagli sulla natura di questo patto.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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