USA: Pakistan nella lista dei Paesi che violano la libertà religiosa

Pubblicato il 6 gennaio 2018 alle 6:47 in Pakistan USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno inserito il Pakistan nella lista dei Paesi che non rispettano la libertà religiosa.

Si tratta dell’ultima mossa nell’ambito delle crescenti tensioni tra i due Paesi, riattivate il primo gennaio 2018 da un tweet del presidente Donald Trump, il quale si è scagliato contro le autorità di Islamabad, accusandole di aver sempre mentito agli USA nell’ambito della lotta contro il terrorismo. Il capo della Casa Bianca ha poi spiegato che, nel corso degli ultimi 15 anni, Washington ha fornito aiuti del valore di 33 miliardi di dollari al Pakistan, chiedendo maggiori sforzi per eliminare la minaccia terroristica dalla regione. A suo avviso, il Paese asiatico avrebbe preso in giro gli Stati Uniti, prendendo i soldi, ma continuando a essere un rifugio sicuro per i terroristi.

Il Dipartimento di Stato, il 4 gennaio, ha inserito il Pakistan in una lista di un gruppo di Paesi considerati a rischio di gravi violazioni della libertà religiosa. “Finora, troppe persone in tutto il mondo vengono perseguitate ingiustamente per professare il loro diritto di religione”, ha affermato il portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert. In base all’International Religious Freedom Act del 1998, gli Stati Uniti designano ogni anno alcuni Stati dove i governi effettuano violazioni del diritto di libertà religiosa. Per quest’anno, Washington, oltre al Pakistan, ha inserito nella lista anche Myanmar, Cina, Iran, Corea del Nord, Sudan, Arabia Saudita, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Ad avviso del governo americano, la legge sulla blasfemia in vigore in Pakistan permette che decine di persone vengano condannate a morte, o siano imprigionate. Tale legge fomenterebbe altresì la violenza settaria contro le minoranze religiose, tra cui i Cristiani, gli Hingu, e i musulmani sciiti.

Alla luce di tutto ciò, le autorità di Islamabad hanno definito i commenti di Trump “completamente incomprensibili” e rischiosi, in quanto potrebbero danneggiare il rapporto di fiducia che persiste tra i due Paesi. L’ambasciatore pakistano all’Onu, Maleeha Lodhi, ha affermato che il Pakistan ha dato un enorme contributo nella lotta al terrorismo nella regione e che non è giusto venga incolpato per gli insuccessi degli Stati Uniti. Il primo ministro pakistano, Shahid Khaqan Abbasi, ha guidato un meeting del National Security Commitee (NSC), a cui hanno preso parte anche gli ufficiali militari e del Ministero della Difesa, alla fine del quale è stato rilasciato un comunicato in cui il comitato ha espresso la propria delusione versoi commenti americani. Inoltre, il National Security Commitee ha dichiarato che la campagna antiterrorismo del Pakistan ha costituito un baluardo contro la possibile espansione delle organizzazioni estremiste attualmente attive in Afghanistan. Infine, ritenendo che le cause del terrorismo nel Paese vicino siano legate alla profonda corruzione, il Comitato ha concluso che il Pakistan non può essere ritenuto responsabile per il fallimento delle strategie statunitensi in Afghanistan.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan stanno alternando momenti di tensione dallo scorso 21 agosto, data in cui Trump ha annunciato la nuova strategia americana in Afghanistan e nella regione. Nell’occasione, il leader della Casa Bianca ammonì le autorità di Islamabad, minacciando di tagliare gli aiuti americani per convincerle a combattere il terrorismo in Afghanistan. Washington aveva altresì affermato di volere anche un maggiore coinvolgimento dell’India, principale rivale regionale del Pakistan, in Afghanistan, ai fini di stabilizzare il Paese asiatico. Dopo quasi due mesi di colloqui sospesi, il 25 ottobre scorso, Tillerson, si è recato a Islamabad, dove ha incontrato il primo ministro Shahid Kaqan Abbasi, cercando di normalizzare nuovamente i rapporti.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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