Rohingya: imboscata a veicolo dell’esercito birmano

Pubblicato il 6 gennaio 2018 alle 13:50 in Asia Myanmar

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I ribelli Rohingya hanno teso un’imboscata a un furgone dell’esercito birmano nello Stato di Rakhine, in Myanmar, ferendo 6 soldati.

Il governo del Paese ha dichiarato che 20 persone hanno attaccato il veicolo, utilizzando mine artigianali e piccole armi. Un portavoce dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), il gruppo di insorgenti della minoranza etnica, ha rivendicato la responsabilità dell’imboscata, avvenuta venerdì 5 gennaio.

La popolazione dei Rohingya è una minoranza etnica di religione musulmana, stanziata nello Stato nord-occidentale di Rakhine, in Myanmar, che non gode, tuttavia, della cittadinanza birmana. Il governo del Paese, infatti, considera i membri della popolazione come immigrati clandestini del Bangladesh. La campagna militare birmana contro la minoranza etnica è cominciata nell’ottobre del 2016, in seguito a una serie di attentati alle stazioni di polizia di confine perpetrati dall’ARSA. L’organizzazione di ribelli Rohingya ha respinto qualsiasi collegamento con qualsiasi gruppo militante islamista, affermando che le sue azioni sono volte a porre fine all’oppressione della minoranza etnica. Il 25 agosto 2017, una serie di nuovi attentati dell’ARSA ha inasprito gli scontri con le forze del Myanmar, costringendo circa 655 mila membri dei Rohingya a fuggire in Bangladesh.

L’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, aveva dichiarato, a dicembre, che il governo birmano stava perpetrando veri e propri atti di genocidio nei confronti della minoranza etnica. L’esercito del Myanmar, infatti, è accusato di violenze, atrocità, stupri ed esecuzioni sommarie, ma ha sempre respinto tutte le accuse a suo carico, affermando che la propria campagna militare è diretta soltanto ai militanti estremisti dell’ARSA. Secondo quanto riferito da Al Hussein, tuttavia, la risposta violenta del Myanmar sarebbe andata oltre gli attacchi contro i militanti Rohingya, coinvolgendo anche i civili e diventando un tentativo di pulizia etnica.

Le Nazioni Unite hanno chiesto più volte al governo birmano di poter accedere allo Stato di Rakhine per valutare la situazione e verificare se si tratti effettivamente di genocidio o meno, ma le autorità hanno sempre negato l’autorizzazione. Solamente un tribunale, in seguito a queste verifiche, potrà accusare il Myanmar di aver perpetrato violenze di massa contro la minoranza etnica.

Un tribunale esterno dovrà anche valutare l’eventuale responsabilità della leader birmana, la vincitrice del premio Nobel per la Pace, Aung San Suu-kyi, per quanto riguarda gli attacchi perpetrati contro i Rohingya. Alcune fonti affermano che la donna eserciti pochissima autorità sull’esercito birmano, e non sarebbe quindi in grado di controllarlo. Tuttavia, alcuni Paesi occidentali e altri premi Nobel, come Nelson Mandela e il Dalai Lama, hanno accusato la leader di non aver fatto nulla per impedire le violenze contro i membri della minoranza etnica dei Rohingya.

Il 23 novembre 2017 Bangladesh e Myanmar hanno firmato un accordo per permettere il ritorno di centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya in patria, ma nessuna delle due parti ha divulgato ulteriori dettagli sulla firma di questo patto.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

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