Egitto: l’ISIS si diffonde nelle carceri

Pubblicato il 6 gennaio 2018 alle 6:03 in Africa Egitto

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L’ISIS continua a riscuotere consensi all’interno delle carceri egiziane, secondo quanto si legge in un report di CBS News.

CBS News riferisce la testimonianza di un cittadino irlandese di origini egiziane, Ibrahim Halawa, che ha trascorso quattro anni nelle prigioni egiziane, assistendo all’indottrinamento dei propri compagni di cella secondo l’ideologia dello Stato Islamico. Halawa era stato arrestato nell’estate del 2013, in occasione di un sit-in di protesta contro il rovesciamento del presidente Mohamed Morsi, eletto nelle elezioni presidenziali del 2012 e spodestato con un colpo di stato, avvenuto il 3 luglio 2013, dall’attuale presidente, Abdel Fattah Al-Sisi.

Halawa è stato rilasciato il 18 ottobre 2017 dopo essere stato in almeno sei centri di detenzione. Nonostante fosse stato arrestato nell’estate del 2013, gli è stato consentito di presentarsi davanti a un giudice per dichiarare la propria innocenza per la prima volta nel marzo 2017.

Secondo quanto ha riferito a CBS News, “all’inizio, nessuno aveva mai sentito parlare dell’ISIS, ma, quando me ne sono andato, almeno il 20% supportavano apertamente le loro idee. Magari erano solo chiacchiere – molti di loro erano ingegneri, studenti e medici che volevano soltanto andare a casa dalle loro famiglie –, ma dopo tutti quegli anni di prigionia senza alcuna spiegazione, molti volevano vendicarsi”. Stando al racconto di Halawa, verso la fine della sua prigionia, la Fratellanza musulmana, un’organizzazione islamista internazionale, non aveva più molti seguaci all’interno delle carceri. “Dopo quattro anni, la maggior parte delle persone non volevano aver più niente a che fare con loro, voleva soltanto uscire per evitare di unirsi a loro”.

In tale contesto, è importante sottolineare che in Egitto è attivo un gruppo estremista affiliato allo Stato Islamico, lo “Stato del Sinai”, che ha condotto numerosi attacchi terroristici contro le forze di polizia. Il 24 novembre, 305 persone sono morte e 109 sono rimaste ferite in un’esplosione che ha colpito la moschea di Al-Rawdah, situata nei pressi della città di Al-Arish, capoluogo del governatorato egiziano del Sinai del Nord. Tale attentato non è ancora stato rivendicato, ma si ritiene che sia stato perpetrato dallo Stato del Sinai.

L’esperienza di Halawa fornisce una prospettiva unica anche per comprendere come le condizioni all’interno delle principali prigioni egiziane siano degenerate dopo un giro di vite da parte del governo nei confronti dei dissidenti. Le organizzazioni umanitarie hanno riferito che almeno 60.000 prigionieri politici, per la maggior parte sostenitori dell’ex presidente Morsi, si trovano attualmente nelle prigioni egiziane.

Halawa ha riferito che gli ufficiali delle prigioni definivano lui e i suoi compagni di cella “prigionieri politici”, nonostante Al-Sisi abbia sempre negato l’esistenza di prigionieri politici nelle carceri egiziane e ha aggiunto: “Le prigioni erano piene. All’inizio c’erano molti membri della Fratellanza Musulmana e del Movimento 6 Aprile – il gruppo giovanile democratico che aveva dato il via alle proteste di piazza Tahrir – , ma continuavano ad arrivare persone nuove. Verso la fine, le guardie erano diventate molto brusche con noi, perché avevano notato che le persone che uscivano erano ancora politicizzate e postavano le loro opinioni su Facebook”.

“Il cibo spesso era marcio e l’ambiente era abbastanza corrotto, le guardie potevano accusare chiunque di qualsiasi cosa e le accuse sarebbero potute rimanere a carico della persona”, ha raccontato Halawa e ha aggiunto che i prigionieri venivano spesso puniti quando venivano condotti attacchi contro lo Stato, come l’assassinio del procuratore generale, Hisham Barakat, avvenuto al Cairo il 29 giugno 2015.

Halawa è stato accusato di vari crimini che spaziavano dall’incitamento alla violenza all’omicidio e ha riferito che i detenuti venivano picchiati regolarmente con sbarre e catene di metallo durante il periodo di detenzione. Sulle violenze si sono espresse anche le organizzazioni umanitarie, sottolineando come la tortura e altri abusi siano spesso utilizzati nelle prigioni egiziane. Dal canto loro, le autorità egiziane hanno negato qualsiasi abuso sistematico.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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