Iran: i motivi delle proteste

Pubblicato il 4 gennaio 2018 alle 6:03 in Iran Medio Oriente

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Il 28 dicembre 2017 in Iran è scoppiata un’ondata di proteste che, dalla città di Masshad, si è immediatamente diffusa in tutto il Paese, a causa del malcontento del popolo iraniano nei confronti della crisi economica e della presunta corruzione delle autorità del Paese. Secondo i dati aggiornati all’ottavo giorno delle proteste, gli scontri tra i manifestanti e le forze della sicurezza hanno causato la morte di 22 cittadini iraniani e l’arresto di almeno 450 persone soltanto nella capitale, mentre altre centinaia di manifestanti sono stati messi in prigione in altre zone del Paese.

Non si tratta delle prime proteste che hanno acceso le città dell’Iran, tuttavia, quest’ultima ha assunto fin dal principio un carattere diverso rispetto a quelle precedenti, secondo un’analisi del New York Times dal titolo “Why Iran Is Protesting”. Nel luglio 1999 gli studenti avevano manifestato in modo pacifico per la libertà di espressione; dieci anni dopo, nel giugno 2009, il popolo era sceso in piazza per chiedere che venissero ricontati i voti delle elezioni presidenziali, che avevano visto l’ex presidente, Mahmoud Ahmadinejad, vincere per la seconda volta. Entrambe le rivolte, che avevano avuto luogo per la maggior parte a Teheran, domandavano il rispetto dei diritti umani, oltre a maggiore flessibilità e  responsabilità da parte del governo, e attiravano la classe media e gli studenti universitari. Il grido di battaglia era la non violenza e la manifestazione pacifica.

Se paragoniamo la rivolta in corso con queste due rivolte, notiamo che, a differenza delle precedenti, in questo caso non è stata la classe media a scendere in piazza, ma le classi più deboli a livello economico, tra le quali i giovani, molti sotto i 25 anni. La non violenza non è più un valore da rispettare, inoltre le proteste non si stanno svolgendo quasi esclusivamente nella capitale, ma sono nate nelle aree rurali, per poi diffondersi nelle grandi città. I motivi che hanno spinto il popolo a manifestare non sono più la libertà di espressione, i diritti delle donne o delle minoranze religiose, ma la disoccupazione, l’inflazione e il saccheggio della ricchezza nazionale. Oggi, le manifestazioni si svolgono al grido di “No all’inflazione!”, “Abbasso i truffatori!” e “Lasciate il Paese da soli, mullah”.

Le persone si scagliano contro le élite al potere, accusandole di aver dirottato l’economia per servire i loro interessi. Nonostante la disoccupazione giovanile in Iran abbia colpito il 40% dei ragazzi, che costituiscono circa la metà della popolazione, infatti, negli ultimi anni, Teheran avrebbe speso miliardi di dollari all’estero, al fine di estendere la propria influenza in Iraq, Siria e Libano. Inoltre, secondo quanto riferito dall’articolo del New York Times dal titolo “Hard-Liners and Reformers Tapped Iranians’ Ire. Now, Both Are Protest Targets”, gli iraniani avrebbero scoperto che miliardi di dollari sarebbero stati investiti nell’esercito, al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e alle fondazioni religiose. In questa situazione, al fine di migliorare la situazione economica del Paese, il 10 dicembre 2017, il presidente Rouhani aveva proposto una riforma fiscale che prevedeva il taglio dei sussidi destinati a milioni di cittadini, l’aumento del prezzo del carburante e la privatizzazione delle scuole pubbliche. Secondo il quotidiano americano, le proteste sarebbero scoppiate in seguito alla divulgazioni di alcune parti segrete della riforma, inclusi alcuni dettagli in merito agli istituti religiosi del Paese.

In uno dei pochi video delle proteste, una donna chiede al presidente iraniano, Hassan Rouhani, di  provare a vivere soltanto con il suo stipendio di 300 dollari al mese, un veterano della guerra tra Iraq e Iran afferma di considerarsi un “dimenticato”, mentre una donna anziana racconta di come il marito 75enne lavori a lungo per sbarcare il lunario. Il 31 dicembre 2017, in seguito all’escalation di violenza, Teheran aveva bloccato l’accesso ai social media, in particolare Instagram e Telegram, e ad alcune applicazioni di messaggistica, utilizzate dai manifestanti per comunicare tra loro, limitando la diffusione di video di questo genere.

Secondo quanto riferito dall’analisi del New York Times, le proteste contro le difficoltà economiche non sono nuove in Iran. Negli anni ’90, il popolo aveva manifestato contro l’inflazione a Eslamshahr e a Mashad, mentre, negli anni 2000, gli insegnanti delle scuole avevano protestato a causa del mancato pagamento del loro salario. In questi casi, le proteste non erano state ascoltate dalle autorità iraniane, dal momento che provenivano dalle classi più umili della società. Oggi, queste voci sono riuscite a emergere e a diffondersi in tutta la nazione, chiedendo maggiore giustizia e uguaglianza.

Da molto tempo, gli intellettuali e gli economisti iraniani hanno avvertito che sarebbe potuta esplodere una protesta come quella in corso. All’inizio del 2015, un professore di economia dell’Università di Esfahan, Mohsen Renani, aveva scritto una lettera al Consiglio dei Guardiani della Costituzione iraniano per esprimere la propria preoccupazione in merito all’aumento dell’inflazione e all’incompetenza del governo. In tale occasione, il professor Renani aveva affermato che, se questioni come l’aumento della disoccupazione non fossero state affrontate entro due anni, l’Iran avrebbe affrontato una rivolta.

Secondo l’analisi del New York Times, al di là di come finirà la rivolta popolare iraniana, nel Paese si è verificato un profondo cambiamento, ovvero il fatto che il supporto della comunità rurale, sulla quale la classe al potere ha sempre potuto fare affidamento, contro il malcontento delle elite metropolitane, non è più scontato. Per decenni, gli abitanti dei villaggi e delle piccole città, che sono a capo della rivolta, venivano considerati la spina dorsale del regime islamico iraniano, dal momento che sono sempre stati conservatori, contrari al cambiamento e seguaci dello stile di vita sobrio promosso dallo Stato.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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