Palestina: Trump minaccia di tagliare gli aiuti

Pubblicato il 3 gennaio 2018 alle 12:48 in Palestina USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato di tagliare gli aiuti finanziari che il proprio Paese fornisce all’Autorità Palestinese, a causa dell’opposizione del popolo palestinese nei confronti del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Il 6 dicembre 2017, il presidente americano aveva annunciato ufficialmente la propria decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi la propria ambasciata nel Paese. Tale dichiarazione aveva suscitato l’opposizione dei Paesi arabi e islamici e della comunità internazionale. Il 21 dicembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva approvato una Risoluzione non vincolante, che respingeva il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele da parte del presidente dell’amministrazione Trump, ribadendo in tal modo la propria posizione in merito alla questione, ovvero che lo status definitivo Gerusalemme dovrà essere deciso mediante negoziati diretti tra Israele e Palestina.

Martedì 2 gennaio, il presidente americano, attraverso il proprio account Twitter, ha dichiarato che i palestinesi “non dimostrano apprezzamento o rispetto” nei confronti degli Stati Uniti per gli aiuti finanziari che sono stati forniti ai propri territori, i quali ammonterebbero a “centinaia di milioni di dollari all’anno”. Stando ai dati forniti dal governo americano, gli Stati Uniti avrebbero stanziato 251 milioni di dollari in aiuti per i territori palestinesi occupati, in particolare Cisgiordania e Striscia di Gaza, per il 2018. Trump ha aggiunto: “Con i palestinesi che non vogliono più discutere della pace, perché dovremmo inviargli questi ingenti pagamenti in futuro?”.

Trump fa riferimento al fatto che, il 22 dicembre 2017, in occasione di una conferenza stampa congiunta con il proprio omologo francese, Emmanuel Macron, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, aveva dichiarato che non avrebbe accettato alcun piano statunitense per il processo di pace israelo-palestinese, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte dell’amministrazione americana. Abbas faceva riferimento ad un progetto che gli Stati Uniti starebbero sviluppando da qualche mese e che probabilmente verrà annunciato nel 2018, nonostante a oggi non siano stati divulgati ulteriori dettagli. Qualche giorno più tardi, il 31 dicembre 2017, il ministro degli Esteri palestinese, Riyad Al-Malki, aveva riferito che Abbas aveva emanato alcune direttive in merito al richiamo del proprio rappresentante a Washington, Husam Zomlot, per “consultazioni” in merito alla decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Lo stesso giorno, martedì 2 gennaio, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, ha riferito che il presidente americano starebbe considerando di tagliare i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA). In merito alla questione, la Haley dichiarato: “Fondamentalmente, il presidente ha detto di non voler dare alcun finanziamento aggiuntivo, o di tagliare i finanziamenti, fino a quando i palestinesi acconsentano a tornare al tavolo delle negoziazioni”. L’Agenzia delle Nazioni Unite è una delle organizzazioni principali che forniscono supporto a lungo termine nei settori dell’istruzione, delle infrastrutture e del primo soccorso nei territori palestinesi. Gli Stati Uniti sono il principale donatore dell’Agenzia delle Nazioni Unite, seguiti dall’Unione Europea e dall’Arabia Saudita.

Non è la prima volta che Trump ricorre alla minaccia di ridurre o interrompere l’erogazione di finanziamenti in relazione alla questione di Gerusalemme. Il 20 dicembre 2017, il giorno precedente alla votazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente americano aveva minacciato di tagliare i fondi a tutti i Paesi che avrebbero votato a favore della Risoluzione, nel tentativo di influenzare gli Stati maggiormente dipendenti dagli aiuti economici degli Stati Uniti.

Da parte sua, mercoledì 3 gennaio, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, attraverso il proprio portavoce, Nabil Abu Rudeina, ha risposto alle minacce di Trump, affermando che Gerusalemme “non è in vendita” e ha dichiarato: “Gerusalemme è l’eterna capitale dello Stato della Palestina e non è in vendita né per soldi né per oro”. Rudeina ha aggiunto: “Non siamo contro il ritorno alle negoziazioni, ma queste dovrebbero essere basate sul diritto internazionale e sulle risoluzioni che hanno riconosciuto uno Stato palestinese indipendente, con capitale Gerusalemme est”.

Secondo quanto riferito ad Al-Jazeera in  lingua araba dal consigliere del presidente Abbas per gli affari esteri e le relazioni internazionali, Nabil Shaath, mercoledì 3 gennaio, il Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina discuterà l’annullamento dell’accordo di Oslo e il ritiro del riconoscimento di Israele in una riunione che si terrà il 14 e il 15 gennaio. Gli accordi di Oslo, firmati il 20 agosto 1993 da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, prevedevano, tra le altre cose, il riconoscimento da parte di Israele dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come legittimo rappresentante del popolo palestinese e il riconoscimento da parte di quest’ultima del diritto a esistere dello Stato di Israele.

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Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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