Iran: i nemici dietro alle proteste popolari

Pubblicato il 3 gennaio 2018 alle 9:57 in Iran Medio Oriente

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La guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha accusato i nemici di Teheran di celarsi dietro le proteste che stanno infiammando le strade del Paese.

L’ondata di proteste dei cittadini contro il governo iraniano è iniziata il 28 dicembre 2017 nella città di Masshad, in seguito al rincaro dei prezzi. Il malcontento si è subito diffuso in tutto il Paese, a causa del malcontento del popolo iraniano nei confronti della crisi economica che sta vivendo l’Iran e della presunta corruzione delle autorità del Paese. Sabato 30 dicembre, il terzo giorno di manifestazioni, la situazione è peggiorata, e si sono consumati scontri tra studenti e forze dell’ordine a Teheran, che hanno portato alla morte di 2 manifestanti. Il giorno successivo, domenica 31 dicembre, altre 10 persone sono rimaste uccise durante le manifestazioni, mentre l’1 gennaio i morti sono stati 9.

Al momento, il bilancio delle vittime è di 22 cittadini iraniani, mentre almeno 450 persone sono state arrestate nella capitale e centinaia di manifestanti sono stati messi in prigione in altre zone del Paese. Il vice ministro dell’Interno, Hossein Zolfaghari, ha riferito che il 90% di coloro che sono stati arrestati hanno meno di 25 anni e ciò dimostrerebbe la frustrazione delle giovani generazioni nei confronti delle difficoltà economiche e della mancanza di libertà sociali, secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa britannica Reuters. In merito alla sorte dei detenuti, martedì 2 gennaio, il capo del Tribunale rivoluzionario di Teheran, Mousa Ghazanfar Abadi, ha dichiarato che i manifestanti verranno sottoposti a processo a breve e coloro che hanno guidato le proteste potrebbero essere accusati di “moharebeh”, un termine che identifica una persona che combatte contro Dio. Se confermata, tale condanna comporta la pena di morte.

Martedì 2 gennaio, di fronte all’escalation di violenza nel Paese, l’ayatollah Khamenei, ha pronunciato il suo primo discorso dallo scoppio delle manifestazioni e ha accusato i nemici dell’Iran di fomentare gli scontri, che sarebbero iniziati come proteste contro le difficoltà economiche e la corruzione e si sarebbero trasformate in battaglie politiche. In tal senso, la guida suprema del Paese, in occasione dell’incontro con le famiglie delle vittime, ha affermato che il nemico ha sempre cercato un modo per infiltrarsi in Iran e danneggiare la nazione e ha dichiarato: “Negli ultimi giorni, i nemici dell’Iran hanno utilizzato diversi mezzi, tra i quali gli scontri, le armi, le politiche e l’apparato di intelligence, al fine di creare problemi nella Repubblica Islamica”.

Nonostante l’ayatollah sia rimasto generico in merito ai “nemici dell’Iran”, il segretario del Supremo Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Ali Shamkhani, ha accusato gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e la Gran Bretagna di celarsi dietro le proteste popolari. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, Shamkhani ha dichiarato: “I sauditi riceveranno una risposta inaspettata dall’Iran e sanno quanto potrà essere seria”.

Da parte sua, Washington ha esortato il Consiglio di Sicurezza e il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR) a indire una riunione di emergenza al fine di esprimere supporto al popolo iraniano, secondo quanto riferito dalla rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Nikki Haley. In merito alla questione, la Haley ha dichiarato che la comunità internazionale aveva già fallito una volta nel supportare le proteste in Iran, nel 2009, quando il popolo iraniano era insorto, protestando contro al controversa rielezione dell’allora presidente, Mahmoud Ahmadinejad, e ha aggiunto: “Non dobbiamo commettere questo errore di nuovo”. La rappresentante degli Stati Uniti ha altresì definito le dichiarazioni di Khamenei “ridicole” e ha sottolineato che si tratta di proteste spontanee, elogiando il coraggio dei manifestanti. Il Dipartimento di Stato americano ha esortato Teheran a ripristinare l’accesso ai social media. Domenica 31 dicembre 2017, in seguito all’escalation di violenza, Teheran aveva bloccato l’accesso ai social media, in particolare Instagram e Telegram, e ad alcune applicazioni di messaggistica, utilizzate dai manifestanti per comunicare tra loro. In merito alla questione, lunedì 1 gennaio, il  ministro dell’Informazione e delle Telecomunicazioni, Mohammad Javad Jahromi, aveva dichiarato che si trattava di una misura temporanea.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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