La Turchia non è un Paese per giornalisti

Pubblicato il 2 gennaio 2018 alle 6:03 in Medio Oriente Turchia

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Nel 2017, 262 giornalisti sono stati imprigionati in tutto il mondo. Si tratta di un nuovo record, dopo quello storico raggiunto l’anno scorso, durante il quale sono stati 259 i reporter arrestati, secondo i dati riportati dal Committee to Protect Journalists (CPJ), un’organizzazione che difende la libertà di stampa e i diritti dei giornalisti.

Alla luce delle informazioni riferite nella classifica relativa al 2017, sul podio tra i peggiori Paesi per i giornalisti si sono classificati Turchia, Cina ed Egitto, che, in totale, hanno imprigionato 134 persone, il 51% del totale, 73 delle quali soltanto nella penisola anatolica.

Ankara si colloca al primo posto per numero di reporter dietro le sbarre per il secondo anno consecutivo. Nel 2016 aveva imprigionato un totale di 81 giornalisti. La Turchia ha imposto un giro di vite sulla stampa nazionale a partire dal 2016, rafforzando la misura dopo il fallito colpo di stato, che il 15 luglio 2016, aveva tentato di rovesciare il governo del presidente, Recep Tayyip Erdogan. In questo contesto, le autorità hanno accusato alcuni giornalisti di attività terroristiche, basandosi soltanto sul presunto uso dell’applicazione di messaggistica Bylock o di conti correnti presso istituti che si ritiene siano legati al Fethullah Gulen, il movimento che il governo considera responsabile per il colpo di stato. Al secondo posto si colloca la Cina, con 41 giornalisti dietro le sbarre, un lieve aumento rispetto ai 38 dell’anno precedente. Al terzo posto, infine, troviamo l’Egitto, dove il numero dei reporter imprigionati è sceso da 25, nel 2016, a 20, nel 2017. Tra questi, 12 giornalisti non sono stati condannati per alcun crimine. Nell’aprile 2017, il governo egiziano ha approvato una legge antiterrorismo, che rafforza il giro di vite del Paese sulla stampa permettendo alle autorità di inserire i giornalisti accusati di crimini legati al terrorismo all’interno di una lista che limita i loro diritti finanziari. 

A livello internazionale, su 262 giornalisti arrestati, 194, ovvero il 74% del totale, sono stati trattenuti con l’accusa di attività anti-statali, secondo leggi antiterrorismo che, nella maggior parte dei casi, sono vaghe e generiche. Stando a quanto riferito nel report: “Criticare il governo, lavorare per un organo di stampa sospetto, contattare una fonte sensibile o semplicemente utilizzare un servizio di messaggistica criptato costituiscono motivi per imprigionare i giornalisti con l’accusa di terrorismo”. Oltre a ciò, 35 reporter sono stati messi dietro le sbarre senza che, pubblicamente, gli venisse rivolta alcuna accusa.

Secondo il Committee to Protect Journalists, in alcuni Paesi, la mancanza di un processo ha reso quasi impossibile per l’organizzazione determinare cosa abbia causato l’arresto dei giornalisti e quale sia la loro condizione nelle carceri, ovvero se abbiano problemi di salute o, in alcuni casi, se siano ancora vivi. In Eritrea e in Siria, per esempio, non si hanno notizie dei giornalisti imprigionati da anni. In Siria, in particolare, 7 reporter si trovano nelle prigioni del governo da almeno quattro anni.

Il report del Committee to Protect Journalists analizza soltanto i casi di giornalisti che si trovano nelle prigioni statali. A questi vanno aggiunte le persone che sono sparite o sono state imprigionate da altri gruppi. I giornalisti, infatti, vengono anche presi in ostaggio “da attori non statali che minacciano di ucciderli, ferirli o continuare a tenerli prigionieri per fare pressione su una terza parte (un governo, un’organizzazione, un gruppo) con lo scopo di forzare la terza parte a fare qualcosa di specifico”. È il caso, ad esempio, dello Yemen, dove i ribelli Houthi stanno tenendo in ostaggio 11 giornalisti, contro i 16 dell’anno precedente. Oltre a questi, il 2 dicembre, gli Houthi hanno preso in ostaggio 41 giornalisti del canale televisivo Yemen Al-Youm, legato al Congresso generale del popolo, il partito politico a cui appartengono le milizie dell’ex presidente, Ali Abdullah Saleh. Da quel giorno, i giornalisti si trovano sotto sequestro e non si hanno più notizie di loro, secondo quanto riferito da Reporter senza frontiere, un’organizzazione non governativa che si batte per la libertà di stampa. In Siria e in Iraq, 40 giornalisti sono tenuti in ostaggio da parte dello Stato Islamico o altri gruppi estremisti, come Al-Nusra.

Infine, secondo il report dell’organizzazione, il 87% dei giornalisti imprigionati sono reporter locali e l’8% del numero totale, ovvero 22 giornalisti, sono donne.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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