I complessi d’inferiorità degli italiani e la missione in Niger del governo Gentiloni

Pubblicato il 2 gennaio 2018 alle 13:22 in Il commento Niger

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Sorriso vita in diretta

Il governo italiano è oggetto di critiche per avere deciso di inviare 470 soldati in Niger, un’ex colonia francese. L’obiettivo della missione è ridurre il flusso di migranti verso la Sicilia controllando il confine tra Niger e Libia, rotta strategica per i trafficanti di esseri umani. La critica più diffusa è che il governo Gentiloni sarebbe privo di intelligenza strategica: l’invio dei militari – dicono i critici – avvantaggerebbe la Francia, le cui truppe stazionano in Niger da anni. Grazie ai soldati italiani, la Francia potrà ritirare una parte dei propri militari e risparmiare risorse. Ammesso e non concesso che l’Italia stia facendo un favore alla Francia, non sarebbe di per sé una cattiva notizia giacché Gentiloni ha assoluto bisogno di andare d’accordo con Macron per stabilizzare la Libia, che andrà al voto nel 2018. Vale la pena ricordare che la Libia è divisa in due governi rivali. Il primo, che ha sede a Tripoli, è appoggiato dall’Italia; il secondo, che si trova a Tobruk, è appoggiato da Francia, Egitto e Russia. L’Italia non può permettersi uno scontro con un gruppo di alleati così potente, tanto più che Trump non intende impegnarsi in Libia, fatta eccezione per un attacco con i droni contro l’Isis in data 24 settembre 2017, a sud-est di Sirte. Riguardo alla Libia, queste sono state le parole testuali di Trump pronunciate durante una conferenza stampa con Gentiloni, il 20 aprile 2017 alla Casa Bianca: “Non vedo un ruolo in Libia. Penso che gli Stati Uniti abbiano abbastanza ruoli per ora”. Tanto per chiarire i rapporti di forza: o l’Italia va d’accordo con Macron oppure litiga con Francia, Russia ed Egitto, senza poter contare sull’aiuto di Trump. Visto che siamo in tema di chiarimenti, sia chiaro che l’Italia invia i soldati in Niger per curare i propri interessi, non quelli altrui.

Vi sono infatti tre modi di arrestare i flussi migratori verso la Sicilia. Il primo è quello dei respingimenti in mare, impediti dal diritto internazionale e dai sentimenti umanitari. Il governo Berlusconi effettuò un respingimento verso la Libia, il 6 maggio 2009, quando Maroni era ministro dell’Interno, ma fu condannato nel febbraio 2012 dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Lo Stato italiano dovette pagare un risarcimento di 15mila euro a ognuno dei 22 migranti respinti, oltre alle spese processuali.

Il secondo modo di arrestare i flussi migratori consiste nell’inviare l’esercito a presidiare la costa libica. Questa soluzione, che a molti cittadini appare la più ovvia, è semplicemente impraticabile perché si risolverebbe nell’invasione di un Paese straniero. Il generale Haftar, che guida l’esercito di Tobruk, ha già detto di essere pronto a sparare sui soldati italiani nel caso in cui provassero a occupare la costa libica. Il generale Haftar non può impensierire l’esercito italiano, data l’enorme sproporzione di forze. Il problema non piccolo è che dietro di lui ci sono Macron, Putin e al-Sisi, il presidente dell’Egitto. Oltre a ricevere la condanna dell’Onu, l’Italia scatenerebbe una guerra che quasi certamente perderebbe. Il finale è facilmente immaginabile: la disintegrazione di quel che resta della Libia, con danno incalcolabile per il nostro sistema-paese.

Il terzo modo per arginare gli sbarchi è quello di elaborare una strategia, ammesso che sia chiaro il significato di questa parola. Una strategia è un insieme di mosse interconnesse per risolvere un problema complesso. I problemi semplici, come l’arresto di un individuo radicalizzato, si risolvono con una singola mossa ovvero l’invio di una squadra di carabinieri. I problemi complessi, come la distruzione dell’Isis, si risolvono con una molteplicità di mosse interconnesse che implicano il ricorso a strumenti politici, giuridici, economici, sociali, militari, diplomatici, mediatici e culturali. Contenere l’ondata migratoria non è un problema semplice. E così l’Italia, mese dopo mese e con fatica enorme, ha dovuto predisporre una strategia per controllare i confini meridionali con la Libia che ha dovuto far accettare a Francia, Germania, Spagna, Ciad e Niger. Alla fine, il successo è giunto. “Grazie all’Italia – hanno detto in coro Macron, Merkel e Rajoy – abbiamo finalmente una strategia per contenere i flussi migratori”. La strategia è nostra. Noi guidiamo, gli altri seguono.

A ben vedere, l’accusa di incapacità contro il governo Gentiloni ha una radice psicologica e non politica. Essa sgorga dagli enormi complessi d’inferiorità che gli italiani hanno interiorizzato dopo la seconda guerra mondiale che, com’è noto, si concluse con la devastazione totale del nostro Paese. Il fatto che, durante la seconda guerra mondiale, abbiamo dato pessima prova sotto il profilo militare (con una repentina sconfitta), morale (con la fuga del re) e strategico (con i calcoli inadeguati di Mussolini), non significa che siamo condannati a fallire sempre o che siamo incapaci di guidare processi internazionali complessi. Se gli italiani acquisissero la consapevolezza dei limiti psicologici che si portano dietro come popolo, la scelta di inviare soldati in Niger assumerebbe un significato meno distorto. Ma questo richiede di liberarci dei pregiudizi che abbiamo verso noi stessi. È un problema complesso che richiede mosse interconnesse.

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Quest’articolo è tratto dalla rubrica Atlante di Alessandro Orsini che appare tutte le domeniche sul “Messaggero”. Si ringrazia il direttore del “Messaggero” per averne autorizzato la riproduzione.

di Alessandro Orsini

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