Onu: Russia e Cina si schierino a favore dei Rohingya

Pubblicato il 29 dicembre 2017 alle 6:04 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’inviata indipendente delle Nazioni Unite in Myanmar per le indagini sui diritti umani ha chiesto ai Paesi membri dell’Onu di esercitare maggiore pressione su Cina e Russia perché si schierino contro le violazioni dei diritti umani in corso in Myanmar.

Yanghee Lee, l’inviata Onu in Myanmar per condurre le indagini sui diritti umani, ha fatto appello alla Russia e alla Cina perché partecipino all’impegno internazionale che mira a fermare la campagna di repressione dell’esercito birmano ai danni della minoranza etnica musulmana Rohingya, concentrata nello stato di Rakhine, nel Myanmar nord-occidentale. L’inviata delle Nazioni Unite avrebbe dovuto compiere una missione sul campo nello stato di Rakhine nelle prime settimane di gennaio, ma il governo birmano le ha vietato l’accesso alle zone interessate dal conflitto.

La Cina e la Russia si sono finora opposte al vaglio di una risoluzione Onu contro le attività repressive dell’esercito del Myanmar ai danni della minoranza etnica Rohingya che sono state definite dall’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani e dalle organizzazioni umanitarie come “attività di pulizia etnica e crimini contro l’umanità” che rasentano il genocidio.

“Vorrei chiedere alla comunità internazionale di continuare a impegnarsi per persuadere la Cina e la Russia a schierarsi dalla parte dei diritti umani”, ha dichiarato Yanghee Lee in una intervista a Reuters.

Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica hanno condannato la campagna repressiva dell’esercito birmano che ha avviato l’esodo di 655 mila rifugiati Rohingya che hanno abbandonato i loro villaggi in Myanmar per cercare rifugio nel confinante Bangladesh. La Cina e la Russia non si sono unite alla condanna internazionale.

La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha risposto all’invito dell’inviata Onu a schierarsi contro l’esercito birmano affermando che in questo momento una pressione “da parte di attori esterni” sui diritti umani non contribuirebbe a risolvere la situazione dei Rohingya, ma la complicherebbe. La Cina ritiene che il Myanmar e il Bangladesh stiano già lavorando politicamente per cercare una soluzione al problema dei rifugiati e che gli attori internazionali debbano solo “aiutare a creare un ambiente positivo per permettere al Myanmar di risolvere la questione e non cercare di risolverla in sua vece”.  Myanmar e Bangladesh hanno raggiunto un primo accordo per il rimpatrio dei rifugiati Rohingya. Secondo Human Rights Watch, l’intesa tra i due Paesi rappresenta solo un diversivo politico, poiché la distruzione dei villaggi Rohingya è continuata anche dopo la sigla e i termini dell’accordo sembrano irrealistici.

Il Ministero degli Esteri russo non ha rilasciato dichiarazioni in risposta alla richiesta di presa di posizione dell’inviata Onu, ma in passato aveva reso noto che non sarebbe stato saggio interferire negli affari interni del Myanmar.

La posizione della Russia e della Cina è importante a livello internazionale, perché il loro veto può ostacolare una eventuale decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di riportare le accuse di crimini contro l’umanità alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. La Corte dell’Aia non può, infatti, intraprendere azioni giuridiche contro il Myanmar senza che altri Paesi lo richiedano, poiché il Myanmar non è uno Stato membro della Corte Internazionale stessa.

La campagna militare dell’esercito birmano nello stato di Rakhine è iniziata nel mese di ottobre 2016, ma ha raggiunto il suo picco massimo il 25 agosto 2017, in seguito a una serie di attacchi contro le stazioni di polizia di confine realizzati dai militanti estremisti Rohingya dell’organizzazione ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army). L’ARSA avrebbe compiuto gli attacchi in un tentativo deliberato di attirare l’attenzione internazionale sulla difficile situazione del suo popolo. I Rohingya vivono in Myanmar dove non godono di cittadinanza – e di conseguenza non hanno accesso ai servizi sociali di base – e vengono emarginati perché considerati immigrati clandestini dal Bangladesh. Dal 25 agosto sono stati 655 mila i Rohingya ad aver lasciato i loro villaggi e cercato rifugio nei campi di accoglienza sovraffollati in Bangladesh. Un primo bilancio delle vittime diffuso da Medici Senza Frontiere stima 6700 morti, di cui 700 bambini, solo nelle prime 4 settimane che hanno seguito il 25 agosto.

L’esercito birmano rifiuta tutte le accuse a suo carico in merito a violenze ed abusi efferati contro i civili Rohingya e definisce la campagna militare come diretta soltanto ai militanti estremisti dell’ARSA.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e inglesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.