Siria: peggiore Paese al mondo per i giornalisti

Pubblicato il 24 dicembre 2017 alle 7:09 in Medio Oriente Siria

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65 giornalisti, tra cui 10 donne, sono stati uccisi in tutto il mondo nel 2017, stando ai dati riportati dal report annuale dell’organizzazione non governativa Reporters Without Borders (RSF), pubblicato martedì 19 dicembre.

Tra questi, 26 reporter sono stati uccisi mentre svolgevano il loro lavoro, vittime di bombardamenti, raid aerei e attacchi suicidi. Gli altri 39, ovvero il 60% del dato totale, sono stati assassinati in attacchi mirati contro la loro persona, mirati a “chiudergli la bocca” perché le loro ricerche minacciavano interessi politici, economici e criminali. Inoltre, dei 65 giornalisti uccisi nel 2017, 58, ovvero l’89%, sono stati uccisi nel proprio Paese e 7 mentre si trovavano all’estero. Anche il numero delle giornaliste uccise è raddoppiato, con 10 vittime nel 2017.

La classifica ha preso in esame sia i Paesi in cui sono in corso guerre, come a Siria, l’Iraq, Yemen e Libia, sia Stati, come il Messico, in cui i cartelli criminali e i politici locali hanno imposto un regno del terrore. Tra questi, i posti peggiori nel mondo per i giornalisti sono, nell’ordine, Siria e Messico.

La Siria si classifica al primo posto tra i Paesi in cui c’è stato il maggior numero di giornalisti uccisi dal 2012. Nel 2017, il numero di giornalisti uccisi è stato di 12 e le uccisioni sono state mirate. Qui, i reporter sono costantemente esposti al fuoco dei cecchini, dei missili, degli ordigni esplosivi e degli attentatori. I reporter che lavorano nel Paese sono i più esposti al pericolo a livello mondiale, a tal punto che la presenza di inviati stranieri è diminuita notevolmente negli ultimi anni. Nonostante ciò, negli ultimi tempi, i giornalisti stranieri hanno iniziato a tornate nel Paese, in particolare nella Siria del nord, nella regione di Rojava, per coprire le battaglie contro lo Stato Islamico a Raqqa e Deir Ezzor.

Al secondo posto si colloca il Messico, dove gli omicidi sono stati 11. Sia nel 2016 sia nel 2017, il Paese si è collocato al primo posto tra gli Stati non in guerra per il numero di reporter uccisi. In Messico, i giornalisti che trattano i temi della corruzione politica e della criminalità organizzata vengono colpiti sistematicamente e, spesso, vengono uccisi a sangue freddo. Si tratta, anche in questo caso, di uccisioni mirate, la maggior parte delle quali è rimasta impunita, probabilmente a causa della corruzione, in particolare a livello locale, dove gli ufficiali sono collegati direttamente ai cartelli.

Subito dopo Siria e Messico, si classificano l’Iraq, dove sono stati uccisi 8 giornalisti locali, in attacchi condotti dallo Stato Islamico, e Afghanistan, in cui tre diversi attacchi hanno causato la morte di 9 giornalisti locali. In quest’ultimo Paese, il primo raid, che è stato condotto a maggio, ha colpito la sede locale della radio nazionale e dell’emittente televisiva a Jalalabad. Gli altri due attacchi, invece, si sono verificati a Kabul, uno a maggio, l’altro a novembre. Un altro caso da segnalare è quello delle Filippine, dove sono stati uccisi almeno 5 giornalisti, colpiti da uomini armati. Significative in merito alla situazione dei giornalisti nel paese sono le parole del presidente, Rodrigo Duterte, il quale, poco dopo la sua elezione, nel maggio 2016, aveva dichiarato: “Soltanto perché siete giornalisti non siete esenti da assassinii”.

In generale, stando ai dati riportati nel documento, possiamo affermare che nel 2017 si è verificato un calo del 18% rispetto a quella dell’anno precedente, in cui i giornalisti uccisi sono stati 79. Alla luce delle statistiche riportate nel documento di Reporters Without Borders, il 2017 può essere definito l’anno in cui sono stati uccisi meno giornalisti in 14 anni. Il numero è diminuito per due motivi principali. Il primo motivo è che i giornalisti che lavorano in scenari di guerra sono maggiormente formati ad affrontare la situazione rispetto al passato. Il secondo motivo per cui il numero di reporter uccisi è diminuito nel 2017 è che questi abbandonano i Paesi in cui vengono inviati quando diventano troppo pericolosi.

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Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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