Cina: Il voto all’Onu su Gerusalemme mostra debolezza Usa

Pubblicato il 23 dicembre 2017 alle 6:10 in Asia Cina

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La Cina analizza i risultati del voto della risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu in merito allo status di Gerusalemme e alla luce delle minacce preventive pronunciate dagli Stati Uniti, conclude che la votazione può essere vista come un tentativo fallimentare di Washington di misurare la sua influenza sullo scacchiere internazionale.

128 Paesi del mondo hanno votato a favore della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contro la decisione del presidente Trump in merito al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e al suo piano di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv alla Città Santa. La votazione è avvenuta nonostante il presidente Donald Trump e l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, abbiano minacciato rispettivamente di tagliare gli aiuti finanziari e di “segnarsi i nomi” dei Paesi che avessero votato contro la decisione Usa, alla vigilia della riunione dell’Assemblea Generale all’Onu. Di fronte ai risultati della votazione, Nikki Haley ha aggiunto che il modo in cui gli Usa guardano ai Paesi membri dell’Onu cambierà.

Le minacce giunte dagli Stati Uniti non sono servite a cambiare il parere di 128 Paesi del mondo, che hanno votato a favore della risoluzione che ribadisce la posizione delle Nazioni Unite rimasta invariata dal 1967: lo status di Gerusalemme deve essere stabilito attraverso consultazioni dirette tra le due parti interessate, Israele e Palestina.

Le minacce, però, non state nemmeno inutili. La loro utilità è nel fatto che mostrano come sia diminuita e come sia limitata l’influenza che gli Stati Uniti possono esercitare sugli altri Paesi del mondo, secondo l’analisi di Huanqiu, tabloid di politica estera del Quotidiano del Popolo, giornale del Partito Comunista Cinese.

Guardando ai risultati del voto all’Assemblea Generale, soltanto 9 Paesi, Israele e Usa compresi, hanno votato contro la risoluzione. Gli altri 7 Stati contrari sono tutti Paesi dell’America Centrale o del Sud-Pacifico di piccole dimensioni la cui influenza internazionale è molto bassa e che dipendono in maniera sostanziale dagli aiuti americani. Huanqiu sottolinea anche come 5 di questi 7 Stati siano Paesi “alleati” di Taiwan, ovvero godono di rapporti diplomatici ufficiali con il governo di Taiwan e non con la Cina continentale, ulteriore segnale di poca importanza, nell’ottica di Pechino.

Il gruppo che è interessante guardare, secondo l’analisi cinese, è quello dei Paesi che si sono astenuti dal voto, sui quali l’influenza delle minacce Usa è stata probabilmente più tangibile. Nell’elenco spiccano il Canada, il Messico, l’Australia e le Filippine. Due su quattro confinano con gli Stati Uniti e gli altri due sono loro alleati.

I 128 Paesi che hanno votato a favore della risoluzione Onu comprendono i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – , i più importanti Paesi dell’Unione Europea, il Giappone e la Corea del Sud, oltre a tutti i Paesi islamici, tra i quali l’Egitto è quello che gode del maggior numero di aiuti provenienti dagli Stati Uniti.

I Paesi favorevoli alla risoluzione rappresentano più del 90% della popolazione mondiale.

Il voto, secondo Huanqiu, può essere visto come un esperimento di politica estera per rispondere a una domanda: se gli Stati Uniti decidono di far ricorso al loro potere e alla loro forza per chiedere agli altri Paesi di sostenere contro la loro volontà o di non opporsi apertamente a una posizione degli Usa?

Il risultato dell’esperimento appare deludente per Washington, secondo il tabloid cinese. La stragrande maggioranza dei Paesi del mondo ha ignorato le minacce degli Stati Uniti e non si è lasciata impaurire, soprattutto su una questione che comprende il tema delicato della religione.

La votazione del 21 dicembre ha mostrato come esista una spaccatura forte tra gli Usa e il resto del mondo in merito alla questione israelo-palestinese, ma ha chiarito anche che il modo di Washington di risolvere le differenze di vedute con gli altri Paesi non è quello giusto.

Secondo Huanqiu, il comportamento degli Stati Uniti e le minacce da essi diffuse hanno trasformato punti di vista differenti su un tema specifico, in una questione di valore morale e in un tentativo di intromissione nell’autonomia decisionale degli altri Paesi.

La lezione che Washington dovrebbe apprendere da questa votazione è che non può innalzarsi a rappresentante di valori globali e che non tutto gli è possibile, ma ha delle mancanze e dei limiti. Se anche gli Usa non dovessero comprenderlo, “allora siamo pronti a dire loro che il resto del mondo lo ha già compreso chiaramente”, e lo ha dimostrato con la votazione all’Assemblea Generale, conclude l’analisi Huanqiu.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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