Gerusalemme: la reazione dell’Asia alla Risoluzione ONU

Pubblicato il 22 dicembre 2017 alle 15:14 in Asia

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I Paesi islamici dell’Sud-Est Asiatico e la Cina hanno accolto favorevolmente la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si è espressa contro la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Giovedì 21 dicembre, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato, con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astenuti, una Risoluzione non vincolante che respinge il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, annunciato ufficialmente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 6 dicembre. La risoluzione era stata precedentemente sottoposta al voto del Consiglio di Sicurezza, ma la sua approvazione non era avvenuta poiché Washington aveva fatto ricorso al suo diritto di veto. In seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nessun paese ha diritto di veto, ma le risoluzioni da essa approvate non hanno valore vincolante, a differenza di quelle del Consiglio di Sicurezza.

I Paesi dell’Asia-Pacifico hanno votato tutti a favore della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fatta eccezione per le Filippine che si sono astenute dal voto.

La Malesia e l’Indonesia, i due Paesi con popolazione a maggioranza islamica nel Sud-Est Asiatico, hanno accolto favorevolmente la risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu e rafforzato la loro opposizione al cambiamento di status di Gerusalemme.

Il primo ministro della Malesia, Najib Razak, dopo il voto all’Onu si è impegnato a fare ricorso a qualsiasi mezzo di protesta per opporsi al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Usa. Si tratta di una presa di posizione molto forte attraverso la quale Najib Razak spera di guadagnare il consenso della maggioranza islamica del suo Paese in vista delle elezioni politiche del 2018.

“Continueremo a combattere su questo tema [il riconoscimento di Gerusalemme] utilizzando ogni mezzo possibile, dai canali politici e diplomatici alla preghiera, finché un giorno, se Dio vorrà, Gerusalemme apparterrà al popolo palestinese”, ha dichiarato il Premier malese di fronte a un’assemblea di più di 1500 persone, venerdì 22 dicembre. Najib Razak ha goduto finora di buoni rapporti con il presidente Trump ed ha effettuato una visita di stato ufficiale a Washington nel mese di settembre 2017, ma ha dichiarato che non “sacrificherà la santità dell’Islam” in nome dell’amicizia con il presidente Usa. Il Primo Ministro spera di venire rieletto per un terzo mandato, nonostante sia stato colpito da uno scandalo che riguarda un fondo sovrano dal valore di diversi miliardi di dollari. Durante le prossime elezioni, che si terranno nella primavera del 2018, l’attuale Premier verrà sfidato dall’ex Primo Ministro e suo mentore, Mahathir Mohamad, alla guida della coalizione di opposizione. Anche Mahathir si è schierato contro il presidente Trump e lo ha definito un “bullo internazionale” e un “villano” in merito alla decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

La Malesia, attraverso le parole del suo Ministro degli Interni, ha reso noto che le minacce degli Stati Uniti di interrompere gli aiuti finanziari ai Paesi che hanno votato favorevolmente alla risoluzione Onu non la spaventano. Gli Usa non dovrebbero ricorrere alle minacce per mettere a tacere la voce della comunità internazionale, ha dichiarato il Vice Premier e Ministro degli Interni di Kuala Lumpur, Ahmad Zahid Hamidi.

L’Indonesia, il Paese al mondo con la più numerosa popolazione islamica, ha chiesto che tutti i Paesi membri dell’Onu rispettino il voto dell’Assemblea Generale sullo status di Gerusalemme. Il testo della risoluzione approvata giovedì 21 dicembre riprende quanto già sostenuto dalle Nazioni Unite dal 1967, ovvero che status definitivo Gerusalemme dovrà essere deciso mediante negoziati diretti tra Israele e Palestina.

Il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Indonesia ha chiesto a tutti i Paesi membri dell’Onu di sostenere l’indipendenza della Palestina e il processo di pace tra quest’ultima e Israele. Il voto a favore della risoluzione contro la decisione di Trump mostra che “la maggioranza dei Paesi del mondo sostiene la causa palestinese. L’Indonesia continuerà a portare avanti il suo impegno diplomatico per la Palestina con passi concreti”, ha dichiarato i portavoce della diplomazia di Jakarta.

Cina, Giappone, Corea del Sud e Vietnam hanno votato a favore della risoluzione. L’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite ha reso noto che il voto della Cina è volto a ribadire il suo sostegno alla “soluzione dei due Stati” per Israele e Palestina. Pechino ha chiesto il rispetto di tutti i Paesi membri delle precedenti risoluzioni Onu perché sia possibile la riapertura dei negoziati.

L’unico Paese asiatico a essersi astenuto dal voto sono state le Filippine. Il governo di Manila non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito all’astensione dal voto. Le ragioni potrebbero essere legate all’evitare di esasperare le tensioni tra la maggioranza cattolica e la minoranza islamica all’interno del Paese da un lato e al delicato equilibrio nei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, dall’altro.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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