Human Rights Watch: continua distruzione dei villaggi Rohingya

Pubblicato il 21 dicembre 2017 alle 6:09 in Asia Myanmar

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L’esercito del Myanmar ha messo a ferro e fuoco decine di abitazioni in 4 villaggi Rohingya poco dopo la sigla dell’accordo con il Bangladesh per il rimpatrio dei profughi appartenenti alla minoranza etnica musulmana. Questo dimostra che l’accordo tra i due Paesi confinanti è stato soltanto una “messa in scena di relazioni pubbliche”, secondo Human Rights Watch.

Le immagini satellitari in possesso di Human Rights Watch mostrano che decide di edifici in 4 villaggi appartenenti alla minoranza etnica musulmana Rohingya sono stati messi a ferro e fuoco dall’esercito birmano tra l’ultima settimana di novembre e la prima di dicembre, poco dopo la sigla da parte di Myanmar e Bangladesh del memorandum d’intesa per il rimpatrio dei rifugiati nel corso dei prossimi due mesi, il 23 novembre scorso.

Human Rights Watch – organizzazione non governativa internazionale basata a New York- sta seguendo da vicino la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani dei musulmani Rohingya per mano dell’esercito birmano iniziate nell’ottobre 2016 e giunte al culmine dal 25 agosto scorso. A partire da quella data, la campagna militare ha raggiunto il suo picco massimo in risposta a una serie di attacchi contro le stazioni di polizia di confine condotti dai militanti estremisti dell’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army – organizzazione militare nata con lo scopo di difendere i diritti della minoranza etnica perseguitata in Myanmar.

Secondo il rapporto di Human Rights Watch diffuso il 17 dicembre, sono 354 i villaggi Rohingya ad essere stati totalmente o parzialmente distrutti dalla fine di agosto, a questi si sommano altri 40 villaggi distrutti tra i mesi di ottobre e di novembre, per un totale di 394 villaggi.

La distruzione di 4 villaggi rilevata via satellite dal 25 novembre al 2 dicembre, quindi subito dopo la sigla dell’accordo per il rimpatrio con il Bangladesh, è particolarmente grave e mostra come “l’impegno per assicurare un rimpatrio sicuro [del governo del Myanmar] fosse solo una messa in scena di relazioni pubbliche”, secondo il direttore di Human Rights Watch Asia, Brad Adams.

Il 23 novembre scorso, il Bangladesh e il Myanmar hanno siglato un accordo per il rimpatrio degli sfollati provenienti dallo stato di Rakhine e giunti in Bangladesh rispettivamente dopo il 9 ottobre 2016 e il 25 agosto 2017. La prima ondata di rifugiati ammonta, secondo i dati delle organizzazioni per i diritti umani, a circa 400 mila persone, mentre la seconda, quella iniziata alla fine dello scorso agosto nel conta più di 655 mila. L’accordo presenta due problemi sostanziali, secondo Human Rights Watch. Il primo è il fatto che non include la partecipazione delle Nazioni Unite come garante degli impegni presi dalle due parti. Il secondo è che l’accordo prevede l’inizio del rimpatrio “volontario” dei rifugiati a partire dal mese di gennaio 2018, una scadenza poco plausibile, secondo l’Osservatorio per i Diritti Umani. “L’accordo non contiene reali garanzie di protezione per coloro che dovessero decider di tornare in Myanmar, mentre le forze armate birmane continuano la loro campagna distruggendo i villaggi in cui i Rohingya dovrebbero tornare”, afferma il vice-direttore di Human Rights Watch Asia, Phil Robertson.

Human Rights Watch – come l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani – hanno condannato la campagna militare dell’esercito birmano contro la minoranza etnica musulmana Rohingya come “crimine contro l’umanità e operazioni di pulizia etnica”, non escludendo la possibilità che si tratti di vero e proprio genocidio. La ragione ufficiale ad aver scatenato le operazioni militari sono stati gli attacchi dell’ARSA – Arakan Rohingya Salvation Army – ai danni delle stazioni di polizia di confine. L’esercito è accusato di aver condotto uccisioni, stupri e violenze di ogni genere contro i civili Rohingya e di esser andato molto oltre la semplice controffensiva agli attacchi dei militanti dell’ARSA.

Un report diffuso dallo stesso esercito birmano, in seguito a una indagine interna, ha concluso che “non vi sono state morti di persone innocenti” durante la campagna e che le vittime ammontano a 376 “terroristi”. Si tratta di un bilancio molto inferiore rispetto a quello diffuso da Medici Senza Frontiere che ammonta a 6700 vittime Rohingya nelle sole prime 4 settimane che hanno seguito il 25 agosto, di cui 700 bambini.

Il direttore di Human Rights Watch per l’Asia, Brad Adams, auspica un intervento sanzionistico del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il governo del Myanmar che continua a negare ciò che sta accadendo nello stato di Rakhine e “a stare a guadare mentre le prove dei continuati attacchi contro la comunità Rohingya emergono sempre più numerose”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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